
Mondragone è una terra situata perfettamente a metà tra la terra e il mare che, sulle proprie spalle, porta il peso di secoli di storia talvolta sconosciuti ai suoi stessi abitanti. Nonostante le problematiche che ciclicamente insorgono, Mondragone ha il potenziale per essere un punto di riferimento per gli scavi archeologici e la ricostruzione storica del territorio. Abbiamo ripercorso la storia archeologica della zona con il dott. Luigi Crimaco, archeologo, direttore del Museo Civico Archeologico di Mondragone e autore di numerosi saggi e romanzi, tra cui “Federico II. Il portale dei morti”, sua ultima opera.
La zona compresa tra il fiume Garigliano e il Volturno, terra degli Aurunci prima dell’occupazione dei Romani, è sempre stata particolarmente vivace, protagonista di numerosi cambiamenti che, con l’avanzare del tempo, l’hanno trasformata nel territorio che oggi conosciamo. Tra gli avvenimenti più importanti ricordiamo la fondazione di Suessa Aurunca nel 312 a.C. e quella di Sinuessa nel 296 a.C., assieme a Minturno. «Quando fondarono queste città – ci ha spiegato il dott. Crimaco – costruirono proprio nel territorio di Mondragone tutto il sistema delle fattorie su opera poligonale che si trovano nei pendici del Massico e che sono una risorsa incredibile per il nostro paese: sistemi di produzione del Falerno già acclarati, attive dall’ultimo quarto del IV secolo a.C.». Ricordiamo poi i sistemi viari, «con la via Appia che da Minturno arrivava a Sinoessa, passando poi sotto il Petrino, e arrivava fino a Capua».
Dov’è attualmente situato il moderno cimitero di Mondragone, accanto alla Villa Starza – una villa risalente al II secolo a.C. e abbandonata durante il II secolo d.C. – è stato ritrovato un lungo percorso dell’Appia che oggi è patrimonio UNESCO. Ma mentre il percorso dell’Appia è valorizzato, non si può dire lo stesso del criptoportico romano, tra i più belli della Campania settentrionale e del Lazio meridionale: «È un edificio veramente importante, molto bello, a tre bracci; era una sorta di passeggiata fresca durante l’estate, ma era anche un deposito di vino e tutto quello che poteva servire». E, ancora, troviamo la città di Sinuessa, «che ha restituito strade, una fontana monumentale» e, lungo l’Appia, delle necropoli. Il patrimonio rinvenuto nel corso degli scavi archeologici sul territorio di Mondragone è solo in parte valorizzato ed è attualmente conservato presso il Museo Civico, il quale può vantare una delle collezioni medioevali più importanti dell’Italia meridionale.
Nel corso della nostra conversazione ci siamo poi focalizzati sui due simboli più rappresentativi della città di Mondragone: la Rocca Montis Dragonis e la Venere. La Rocca Montis Dragonis è un edificio federiciano, uno dei castra exempta di Federico II, che, nonostante sia il monumento più iconico della città, non è valorizzato come dovrebbe; esso infatti potrebbe attrarre un flusso enorme di turisti, ma, come spesso accade, è vittima dell’incuria e del disinteresse. In un’altra villa romana, denominata Casino Schiappa, era stata invece rinvenuta la Venere di Sinuessa; o, più precisamente, la Venere Falerna, una statua attualmente conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e che «dovrebbe tornare a Mondragone». La Venere riesce a tornare nella sua terra natìa soltanto per una manciata di mesi alla volta, nascondendosi dietro la falsa differenza tra un museo civico e uno nazionale; ma la verità è ben diversa: sarebbe necessaria un’azione legale che non molti sono disposti a portare avanti. In fin dei conti, la storia è sempre la stessa e si torna sempre allo stesso punto: a mancare, spesso e volentieri, è la volontà di far espandere il valore di Mondragone oltre i suoi confini.
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