
Da quasi un anno, circa una volta al mese mi fermo da Monile, gioielleria situata nel centro storico di Giugliano. Ad accogliermi ci sono sempre Domenico e Antonio Maisto, padre e figlio titolari dell’attività che hanno sposato la nostra causa, diventando punto di distribuzione di Informare. Dopo avermi raccontato storie e aneddoti del settore che mi hanno incuriosito, l’ultima volta ho deciso di trattenermi un po’ di tempo in più, approfittandone per fare a loro alcune domande.
«Nel 1980 la nostra famiglia ebbe l’intuizione di aprire un’attività incentrata sulla vendita di gioielli e metalli preziosi, che all’epoca costituivano una sorta di status symbol. Aprimmo il primo negozio a piazza Annunziata, avendo come obiettivo principale quello di puntare su articoli di qualità. La passione per un prodotto da offrire in base all’esigenza del cliente ci spinse ad aprire un laboratorio, in cui produrre gioielli unici di fattura artigianale, avvalendoci delle competenze di un maestro orafo che collabora con noi da quasi quarant’anni. Negli anni Monile è stato anche riconosciuto dalla Borsa Diamanti D’Italia come punto specializzato per la vendita. La cosa che ci contraddistingue è il mettere in pratica le nostre idee: ascoltiamo pensieri e storie dei clienti, dalle quali prendiamo spunto per costruire il prodotto. Il gioiello diventa così su misura, quasi sartoriale, un pezzo che ha un significato».
«Prima il gioiello era considerato come prodotto di grande pregio, ma anche di investimento. Oggi, invece, con i social network si perde di vista il concetto di prezioso e si tende a seguire la moda del momento, con tanti articoli che appartengono alla categoria merceologica delle gioiellerie e che di prezioso hanno ben poco. La tecnologia è sì importante, ma bisogna utilizzarla per comunicare qualità e unicità dell’articolo. Per esempio, noi abbiamo lanciato “16dici“, un marchio di gioielli in argento che si rifà alla cabala e alla smorfia napoletana, che possiamo proporre ad un potenziale cliente di Bolzano o di un altro paese. Quindi anziché inseguire i nuovi influencer che strizzano magari l’occhio alla realtà del rapper americano, siamo tornati alla tradizione napoletana del cornicino porta fortuna».
«Ci capita spesso di controllare prodotti acquistati in altre sedi, i quali vengono definiti di gran pregio solo perché sono seguiti sui social network da migliaia di persone. Questo vuol dire che è calata la consapevolezza della qualità del gioiello e la sua riconoscibilità diventa il requisito rilevante per gran parte delle persone. Parliamo di dinamiche che vanno combattute perché porteranno alla diffusione di merce di qualità medio-bassa, e inevitabilmente alla sfiducia del cliente nei confronti della nostra categoria».




«Quella di non essere solo venditori. Un gioielliere deve conoscere quello che propone e vende, cosicché il cliente instauri un rapporto di fiducia. I venditori che leggono il cartellino di un marchio, non conoscendo le caratteristiche dell’oggetto, sono invece schiavi dei diktat delle varie ditte, offrendo un prodotto fatto in serie con pietre scadenti ed economiche. Vedere le vetrine dei centri commerciali o delle vie principali delle città piene di questi articoli, nessuno dei quali fatto in Italia, può svilire l’immagine del vero gioielliere. Vietnam, Cina, Pakistan e Thailandia: questi sono i posti dai quali oggi arriva la produzione di gioielli in argento e acciaio in serie. A differenza di Monile, che prima progetta, poi realizza e alla fine vende. La nostra merce non si trova altrove».
«Ne abbiamo passate tante. Ora siamo super blindati a seguito di spiacevoli episodi accaduti alla nostra attività, che invece dovrebbe essere fatta a porte aperte. Dopo la crisi economica del 2008 e il Covid, potevamo pensare di tuffarci in altri settori con costi di materie prime più basse, ma alla fine è sempre prevalsa la passione di costruire gioielli nel nostro laboratorio. Questa è la nostra realtà e identità. Monile è un nome oggi riconoscibile perché dietro i 43 anni di storia c’è stato tanto lavoro».
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