
Nel giorno in cui si celebra la Festa dei Lavoratori, l’Italia conta oltre due morti sul lavoro al giorno dall’inizio del 2025. Si tratta di una strage sistemica. Una strage legittimata, protetta, quasi sempre una conseguenza della politica. Perché le morti sul lavoro non sono incidenti: sono conseguenze. Logiche, inevitabili, perfettamente coerenti con un modello produttivo che della sicurezza fa una voce di bilancio fastidiosa e del profitto una religione.
“Quella delle morti sul lavoro è una piaga che non accenna ad arrestarsi”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la sua visita all’azienda BSP Pharmaceuticals di Latina. Parole giuste. Ma non basta dirle. Bisogna chiederci perché non si arresta.
I dati dell’Inail fotografano con chiarezza la situazione: 138 lavoratori morti nei primi due mesi del 2025, un aumento del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In totale, nel 2024, i decessi erano stati 1.090. Una media di tre al giorno. Nessun terremoto, nessuna alluvione, nessuna guerra civile: solo il normale funzionamento del nostro Paese. Nel frattempo, le denunce di infortunio non mortale calano. Ma non è una buona notizia: significa che si muore più spesso, e in silenzio.
Queste morti sono il prezzo di accesso al sistema stesso. In un’economia che precarizza tutto, dal contratto al casco, la vita umana ha valore solo se produce. Ma costa troppo proteggerla. Così si risparmia. Sul tempo, sulla manutenzione, sulle norme, sulla formazione. Poi si piange. In fabbrica si muore. Nei cantieri si muore. Nei campi si muore. Persino nel tragitto casa-lavoro si muore, come ci ricordano i 37 morti in itinere segnalati dall’Anmil nei primi mesi dell’anno.
È il lavoro che uccide, non la fatalità. E chi governa, chi dirige, chi investe, chi lucra, ha il sangue sulle mani. Perché finché gli imprenditori con le loro associazioni saranno liberi di decidere quanto vale una vita, le morti sul lavoro aumenteranno. Finché lo Stato premierà gli imprenditori disonesti con sgravi e impunità, ci sarà sempre un operaio a cadere da un’impalcatura. Finché la sicurezza sarà vista come un fastidio, e non come un diritto, il 1° maggio sarà solo truffa.
Il problema non è solo la sicurezza. È la gerarchia. È il potere. È chi comanda e chi obbedisce, chi guadagna e chi si spezza la schiena. Non si tratta solo di applicare meglio le leggi esistenti, ma di cambiare radicalmente l’idea di lavoro. Rimettere al centro la dignità, la lentezza, la salute, il tempo di vita. Ribaltare la logica che vede il lavoratore come una pedina sacrificabile che deve anche ringraziare perché forse si può uscire vivi, la sera, da dove si è entrati la mattina.
Nessun datore di lavoro va a vivere con il mutuo ancora da pagare, con la mensa scolastica da disdire, con le ferie che si trasformano in permessi per il funerale. Le famiglie delle vittime non chiedono vendetta, ma giustizia. Il peso economico dell’assenza non è solo morale: è materiale. È la mancanza dello stipendio che non bastava già prima. È una pensione di reversibilità che non permette nemmeno di immaginare un futuro. Ogni morto sul lavoro è anche l’inizio di un lutto sociale, che resta privato e marginale. Perché la fatica di chi resta non fa rumore, non fa PIL, non fa carriera.
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