
MTV è morto, viva MTV! Ho letto che il canale musicale per eccellenza chiuderà i suoi canali musicali in Europa entro la fine del 2025 e, sinceramente, ho avuto la sensazione che si chiudesse qualcosa di più di un semplice capitolo televisivo. È come se qualcuno avesse spento, simbolicamente, la nostra adolescenza. Ergo, mi sono sentito vecchio.
Paramount ha annunciato che spegnerà le frequenze dedicate esclusivamente alla musica — MTV Music, MTV 80s, MTV 90s, Club MTV e MTV Live — lasciando in vita solo le versioni generaliste del canale, quelle ormai dominate da reality e format d’intrattenimento. È la fine di un’epoca, e per chi ha trent’anni oggi non può che suonare come un addio un po’ personale.
Io sono nato nel 1995. Quando avevo tredici anni, nel 2008, MTV era la mia stanzetta, il mio universo parallelo. Il passaggio dai cartoni animati pomeridiani — l’Uomo Tigre o le fiction di gioventù — ai video musicali trasmessi a ripetizione fu un rito di passaggio. MTV ti mostrava il mondo e ti diceva: “Scegli chi vuoi essere”.
Ricordo pomeriggi interi passati a guardare i videoclip dei Coldplay, dei Linkin Park, degli Oasis. Giravano ovviamente le popstar del momento — Britney Spears, Rihanna, i Black Eyed Peas. Poi arrivarono i vari Tokio Hotel, Jonas Brother e One Direction che dividevano le classi tra fan adoranti e irriducibili detrattori (me incluso). I Bluvertigo, gli Afterhours, i Subsonica, Le Vibrazioni, i Negrita e i Baustelle che, in Italia, portavano una nuova sensibilità alternativa, lontana dai soliti circuiti. MTV era un flusso continuo: pop, rock, alternative, elettronica. Oltre che a sentire la musica, potevi vederla anche come concetto estetico.
C’erano anche le estati firmate MTV Italia, quelle con i palchi nelle piazze, la musica dal vivo, i conduttori tra la folla e il sole che bruciava gli schermi a tubo catodico. Era un’Italia vissuta da un adolescente di allora, era ancora un paese che ballava, sognava, si riconosceva nella musica. Oggi tutto questo sembra appartenere a un’altra dimensione.
MTV non era perfetta, ma aveva un potere che nessun algoritmo possiede: quello della sorpresa. Ti insegnava la pazienza dell’attesa — aspettavi il tuo video preferito — e la magia della scoperta. Era un luogo di formazione culturale, molto prima che i social rendessero tutto istantaneo e frammentato. La decisione di chiudere i canali musicali nasce da un contesto ormai inevitabile: la musica si consuma altrove.
YouTube, Spotify, TikTok, Instagram: oggi i videoclip non passano più da un palinsesto, ma da un feed. O addirittura, oggi di videoclip non se ne fanno più. MTV è vittima e insieme madre di quel linguaggio veloce, visivo, emotivo che domina le nostre giornate digitali.
In Italia, sembra che MTV Music possa sopravvivere ancora per un po’, ma il destino è segnato. Il canale che ci ha insegnato a guardare la musica — e non solo ad ascoltarla — si spegne dopo più di quarant’anni di storia. È una scelta che ha senso sul piano economico, ma resta amara sul piano culturale. Perché MTV, nel bene e nel male, ha formato generazioni. È stata il luogo in cui abbiamo imparato a essere curiosi, a cercare suoni nuovi, a capire che dietro una canzone c’è un mondo intero di immagini, stile e identità. Ma figuriamoci… il piano economico è il piano economico per una televisione che comunque è stata cullata da una forte identità capitalista.
La musica oggi è ovunque, ma proprio per questo rischia di non avere più un luogo dove fermarsi. MTV, con tutti i suoi eccessi e le sue derive commerciali, era anche uno spazio di scoperta, di confronto, di cultura pop condivisa. La sua chiusura non segna soltanto la fine di un canale televisivo, ma la fine di un’idea: quella di un media che faceva da ponte tra pubblico e artisti, tra generazioni e linguaggi.
Ora la musica si è frammentata in miliardi di schermi personali, più accessibile ma anche più solitaria.
Forse è giusto così, forse è solo l’evoluzione naturale delle cose. Ma quando l’ultimo canale musicale di MTV si spegnerà, sarà difficile non pensare che — nel passaggio all’era digitale — abbiamo guadagnato tutto, tranne il senso di appartenenza che avevamo allora.
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