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Museo dell'arte salvata, Verger: "È un’arte ferita, ha perso la sua identità"

Luisa Del Prete
Luisa Del PreteRedazione Informare
21 settembre 20225 min di lettura

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Museo dell'arte salvata, Verger: "È un’arte ferita, ha perso la sua identità"

Indice (6)

  • 1L’Italia è uno dei paesi che maggiormente risente del traffico illecito di opere d’arte. Da dove parte quest’iniziativa e l’esigenza di creare un Museo del genere?
  • 2Dunque, non avendo collezioni fisse, queste opere poi vengono riportate nei luoghi di appartenenza?
  • 3Che tipo di collaborazione avete instaurato con la Giustizia e con le Forze dell’Ordine (ad esempio con i Carabinieri del Nucleo TPC)?
  • 4Pensando al Doriforo di Policleto esposto legalmente al Minneapolis Institute of Art, sorge la domanda su come il mercato illecito di opere d’arte riesce a camuffarsi e a rientrare nel commercio legale?
  • 5I “tombaroli” sono davvero così bravi a immettersi nel mercato legale o, a volte, per i Musei, è la strada più semplice da percorrere?
  • 6Qual è l’obiettivo di questo Museo? Provocatoriamente, mi viene da pensare “l’autoeliminazione”…

Il “Museo dell’arte salvata” è il primo luogo in Italia nella quale le opere d’arte trafugate riescono a ritrovare la loro identità. Facente parte del Museo Nazionale Romano, inaugurato nel giugno del 2022, il Museo presenta all’interno mostre che contengono le opere che, grazie all’intervento dei Carabinieri del TPC, sono state recuperate dal commercio illecito e alle quali è stata data nuova luce. Con il Professore Stéphane Verger, Direttore del Museo Nazionale Romano, abbiamo parlato della nascita di questo Museo, ma soprattutto del suo obiettivo: l’autoeliminazione.

L’Italia è uno dei paesi che maggiormente risente del traffico illecito di opere d’arte. Da dove parte quest’iniziativa e l’esigenza di creare un Museo del genere?

«L’iniziativa parte dal Ministro Dario Franceschini e dal Direttore Generale Massimo Osanna. Abbiamo potuto creare tutto ciò grazie all’azione dei Carabinieri del TPC che sono un modello per l’Europa, grazie al loro lavoro altamente professionale. Avevamo bisogno di far conoscere alle persone questi risultati spettacolari che sono il frutto di una rete internazionale di collaborazione. Prima questi beni ritrovati venivano alla luce solo attraverso mostre temporanee: adesso è importante avere la presenza di un luogo che è dedicato permanentemente a questo. Per questo motivo è nato il “Museo dell’arte salvata” che fa parte del Museo Nazionale Romano: è un luogo fisso, ma non ha collezioni fisse».

Dunque, non avendo collezioni fisse, queste opere poi vengono riportate nei luoghi di appartenenza?

«Esatto, non sono collezioni fisse, ma in transito. Le opere sono di competenza dei Carabinieri del TPC e della Direzione ABAP; successivamente passano per la Direzione Generale dei Musei, per poi essere collocati ai musei di appartenenza con destinazione permanente. Per effettuare questo iter amministrativo occorre un po’ di tempo e durante quest’arco temporale, invece di conservare gli oggetti, si presentano al pubblico».

Che tipo di collaborazione avete instaurato con la Giustizia e con le Forze dell’Ordine (ad esempio con i Carabinieri del Nucleo TPC)?

«Al Museo, da tanto tempo, c’è un rapporto particolare perché le sedi del Museo Nazionale Romano (es. Palazzo Massimo, Terme di Diocleziano), sono luoghi di conservazione dei sequestri. All’interno dei nostri luoghi venivano depositate tutte le opere che i Carabinieri del TPC o la Guardia di Finanza riuscivano a recuperare».

Pensando al Doriforo di Policleto esposto legalmente al Minneapolis Institute of Art, sorge la domanda su come il mercato illecito di opere d’arte riesce a camuffarsi e a rientrare nel commercio legale?

«È stato dimostrato che non c’è mai un rapporto diretto tra Direttore e tombarolo, ma c’è una lunga rete di intermediari. Questa rete va dai tombaroli, passa per i mercanti d’arte, poi per i collezionisti privati che, per ragioni di tasse, possono o vendere o dare gli oggetti ad un Museo. Inoltre, i mercanti possono fare dei falsi certificati di provenienza da collezioni storiche e c’è una tecnica particolare per falsificare: si usano carte antiche e macchine da scrivere datate degli anni ‘50/’60 per far credere la data e la provenienza da una collezione storica. Quando un direttore di un Museo vede questi certificati, ci sono due possibilità: la prima è quella di volere un’ulteriore autentificazione del certificato (e lì si può scoprire il falso) oppure chiude gli occhi e può comprare dicendo di avere il certificato di provenienza».

I “tombaroli” sono davvero così bravi a immettersi nel mercato legale o, a volte, per i Musei, è la strada più semplice da percorrere?

«Fortunatamente le cose sono cambiate rispetto agli anni ’90, in cui si comprava di tutto. Oggi grazie a dei controlli rafforzati da parte dei Carabinieri del TPC, i Direttori dei Musei sono, in un certo senso, “costretti” ad effettuare numerosi accertamenti. Questo credo che sia il risultato più importante, anche più dei ritrovamenti stessi. È come prendere il problema per la coda: se i Direttori non comprano dalle collezioni private, queste non prendono dai mercanti e quest’ultimi non chiedono più ai tombaroli di scavare e dunque non si scava più».

Qual è l’obiettivo di questo Museo? Provocatoriamente, mi viene da pensare “l’autoeliminazione”…

«Sì, esatto. Più volte ho detto che il “Museo dell’arte salvata” è un “Museo dell’arte ferita” perché gli oggetti hanno perso il loro contesto di scoperta che è la metà del valore scientifico di un oggetto archeologico. Oltre che il contesto, hanno perso anche la loro credibilità poiché, la maggior parte degli oggetti, ha perso la tracciabilità e quindi ad ogni momento può essere stato falsificato/restaurato male/ridipinto. Posso affermare, dunque, che il Museo avrà raggiunto il suo obiettivo quando non ci sarà più, anche se credo che ce ne sarà bisogno sempre. Perché l’arte salvata non è solo quella dei tombaroli, ma è anche l’arte salvata dall’oblio, oggetti dimenticati nei depositi dei Musei, o arte salvata dall’erosione e dal degrado, dai grandi restauri di oggetti archeologici. Anche se, al momento, abbiamo in mostra principalmente recuperi di oggetti trafugati negli Stati Uniti, speriamo che la situazione possa avere delle evoluzioni sempre più positive».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

Tags
  • #arte
  • #Museo Nazionale Romano
  • #Stéphane Verger
Luisa Del Prete
Redazione Informare

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