
Lo spettacolo “Napoleone. La morte di Dio” con la drammaturgia e la regia di Davide Sacco e l’interpretazione di un divino Lino Guanciale, una produzione LVF – Teatro Manini di Narni, debutta in prima assoluta al Teatro Politeama di Napoli nell’ambito del Campania Teatro Festival che presenta quest’anno 120 eventi dal 9 giugno al 9 luglio, ed è articolato in 10 sezioni, per la settima edizione che vede la direzione di Ruggero Cappuccio.

La scrittura di Davide Sacco, tratta dal saggio di Victor Hugo, si muove anche intorno alla poesia Il 5 Maggio di Alessandro Manzoni, e descrive storicamente il ritorno in patria del corpo di Napoleone Bonaparte, che muore a Sant’Elena dopo 6 anni di esilio, il 15 aprile del 1821. Dopo 20 anni dalla morte, nel 1840 la Francia accoglie nella chiesa di Les Invalides di Parigi la bara del suo re, nel corso di una lunga cerimonia con carrozze e cavalli, al suono di colpi di cannone, in una fase di confusione e cambio di governo, alla presenza della gendarmerie di Stato. La scrittura è anche simbolicamente il racconto del rapporto tra padri e figli. Un racconto nel quale centrali sono i temi della vita e del dolore, della memoria e dell’addio. Un figlio e un padre camminano in parallelo e non si incontrano se non due volte nella vita: quando nasce il primo, e quando muore il secondo. E’ in questo momento che ci si riconosce davvero.
Come nella poesia dello scrittore italiano, Napoleone viene avvicinato per le sue gesta alla figura di Dio e al suo disegno divino. E ancora, di lui viene ricordata la scelta di conversione religiosa verso la fede cristiana.

Napoleone è un imperatore, un padre, un Dio.
Ma per un figlio che attende idealmente l’arrivo del feretro dell’imperatore, quell’uomo è solo il suo papà. Per gli altri – recita Lino Guanciale con le parole di Davide Sacco- un padre è solo un uomo più grande di te, per gli altri in fondo, un padre rispetto a un figlio non ha niente di speciale. E’ invece, un padre è colui che verrà sempre a prenderti, ovunque, in qualsiasi condizione.
La scenografia di Luigi Sacco, con le luci di Andrea Pistoia è buia e mostra una bara di legno grezzo sospesa sul tetto del palco. Alcune lampade illuminate scendono dal soffitto. Manciate di terreno, pale di sepoltura, e polvere sul pavimento sono elementi movimentati dagli attori. Sulla scena con Lino Guanciale che recita nella parte di un figlio che affronta la morte del padre, l’attore Amedeo Carlo Capitanelli e la cantante nigeriana partenopea Simona Boo. Ricorrente durante i 60 minuti di spettacolo il testo della canzone “Cosa sono le Nuvole”.
.… Che io possa esser dannato se non ti amo. E se così non fosse, non capirei più niente. Tutto il mio folle amore, lo soffia il cielo
stralcio tratto dal testo della canzone” Cosa Sono le Nuvole” – Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno

Ancora si gioca nella recitazione sul palco tra il tempo verbale del presente e quello del passato remoto, di rimando alla poesia del Manzoni che si riferisce a Napoleone ormai al passato (Ei fu siccome immobile. Dato il mortal sospiro), ma che mantiene il tempo presente della scrittura. Il protagonista si chiede perchè non si possa più parlare al presente del proprio padre morto: “Io vorrei solo il tempo presente! Perchè dobbiamo essere forti e adulti, vorrei essere chiamato orfano come si fa con i bambini“.
Perchè nascondiamo sempre il dolore?
In un Teatro Politeama pieno, nonostante la pioggia napoletana di questo mese di giugno, un Lino Guanciale, ancora una volta appassionato, profondo, che recita nei primi minuti ad occhi chiusi, padrone del palco. Ricordando i padri, raccontando i figli. Tutti tenuti insieme dal filo indissolubile della memoria.
È vero che perdiamo solo quello che non abbiamo mai avuto.
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