
In un’epoca dominata dalla frenesia e dalla sovrabbondanza di immagini digitali, Napoli Analog rappresenta un piccolo atto di resistenza. Questo progetto fotografico, nato spontaneamente da un’esigenza personale, si è trasformato in una comunità vivace ed eterogenea di appassionati al mondo analogico che si riuniscono per fermarsi, osservare, ascoltare, e infine scattare. Tutto parte da un ritorno. Dopo aver vissuto tra la Spagna e la Germania, il fondatore di Napoli Analog, Vincenzo Dionisio, si è chiesto: “Esiste una community analogica a Napoli?” La risposta era no. E così ha deciso di crearla. Le prime uscite, quasi familiari, si tenevano la domenica: piccoli gruppi di amici con macchine fotografiche analogiche, in giro per le strade della città scattando immagini e condividendo esperienze.
Oggi Napoli Analog è una realtà indipendente. Dietro non c’è una struttura formale, ma un gruppo affiatato di poche persone, tra cui Luigi Beneduce e un giovanissimo partecipante di appena 13 anni che, oltre a scattare, contribuisce attivamente all’organizzazione. Un esempio di quanto questo progetto riesca a ispirare e coinvolgere persone di tutte le età. L’attività centrale di Napoli Analog è la “passeggiata analogica”: camminare per la città, macchina fotografica analogica al collo, lasciandosi guidare dalla luce, dalle strade, dagli incontri.
È un’idea che si scontra frontalmente con il modo in cui oggi viviamo e consumiamo le immagini: scatti compulsivi, archivi infiniti, fotografie che nessuno guarda davvero. In analogico è diverso: «Ci pensi due volte prima di premere il pulsante. Magari ti fermi, aspetti, osservi» dice Vincenzo. Questo approccio “slow” diventa un modo di vivere la città, di riconnettersi con i luoghi e con le persone, di riappropriarsi del tempo. Le passeggiate partono da piazze centrali, ma non si limitano ai luoghi più iconici. Spesso il gruppo esplora zone meno battute come Ponticelli, San Giovanni o il Vomero, riscoprendo il valore estetico delle periferie. L’idea è anche quella di spostare lo sguardo dal centro iper-turistico verso spazi “marginali”.
Uno degli aspetti più sorprendenti di Napoli Analog è la varietà del pubblico. Non esiste un target definito. C’è chi viene per scattare in analogico, chi in digitale, chi addirittura solo con il telefono. Alcuni partecipano solo per il piacere di camminare insieme, di ascoltare, di far parte di qualcosa. L’età dei partecipanti va dai 12 ai 60 anni e oltre. Alcuni portano il cane, altri la fidanzata, molti gli amici. Ed è proprio in questa eterogeneità che si forma una delle qualità più preziose del progetto: l’incontro. Durante le passeggiate, non è raro attirare l’attenzione dei passanti. Alcuni sono curiosi, altri diffidenti.
Per esempio, in un mercato del centro un esercente ha reagito male a una foto scattata tra le bancarelle. Ma anche questo fa parte del percorso: la fotografia di strada, soprattutto oggi, implica un’etica. Per questo una delle prime raccomandazioni è: lentezza anche nell’interazione, regalando uno sticker, raccontando il progetto. Perché la fotografia può (e deve) essere dialogo, non invasione. Ma perché scegliere l’analogico nel 2025, quando abbiamo smartphone potentissimi, archivi cloud infiniti, e social pronti a condividere tutto in tempo reale? La risposta è nella domanda. Proprio perché tutto è istantaneo e illimitato, l’analogico riporta valore e misura. Un rullino ti costringe a scegliere, a riflettere.
Le immagini non sono più un’ossessione ma una scoperta. I tempi di attesa tra lo scatto e lo sviluppo creano uno spazio di attesa che diventa memoria. Il futuro di Napoli Analog si muove su due binari: quello della connessione e quello della condivisione. Tra i progetti a breve termine c’è l’idea di creare una rivista cartacea del collettivo, che raccolga le foto dei partecipanti e degli amici del progetto. Ma il sogno più grande è quello di uscire dai confini di Napoli: organizzare viaggi fotografici di gruppo, incontrare altre community analogiche in Italia e in Europa, creare ponti culturali e visivi tra città diverse, tutte legate dalla stessa passione per la pellicola, per l’incontro e per lo sguardo lento.
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