
Venerdì 22 agosto 2025, sul Corso Meridionale di Napoli, a pochi passi dalla Stazione Centrale di Piazza Garibaldi, una scena drammatica ha squarciato la routine di passanti e turisti. Un ragazzo straniero, probabilmente di origini arabe, agitato e terrorizzato, chiedeva aiuto: «Il mio amico non si muove, il mio amico non si muove». La reazione? Nessuno si è fermato. I passanti locali lo scansavano infastiditi, i turisti acceleravano il passo intimoriti. Qualcuno ha persino commentato in dialetto: «Fann semp chest» – “fanno sempre così”. Un riflesso quasi automatico, figlio di una rassegnazione che ha anestetizzato la coscienza collettiva. Eppure, sotto la pensilina ANM, a pochi metri dal civico 52, c’era davvero un ragazzo esanime, con il corpo segnato da lividi e tagli, che respirava a fatica. Accanto a lui un amico disperato, che spiegava: «Stanotte ci hanno aggrediti, lui è diabetico».
A fermarsi per prima è stata Nausica, giovane professionista che lavora in zona, occhi limpidi e cuore fermo davanti all’emergenza. È lei a tentare di tranquillizzare il ragazzo e a chiamare il 118, che però risponderà solo mezz’ora dopo. Sull’esempio della sua prontezza, altri si avvicinano: c’è chi consiglia di «lasciarlo lì», chi si lamenta perché deve prendere l’autobus. Solo due ragazze si uniscono realmente all’aiuto, riuscendo a comunicare con il ragazzo cosciente grazie alla conoscenza della lingua.
Io stessa ero lì. Visto il ritardo del 118, decido di rivolgermi a una pattuglia presente in stazione. Dei cinque agenti, solo uno prende sul serio la segnalazione, tra gli scherni e l’indifferenza dei colleghi. Intanto, mentre il tempo scorreva inesorabile, le due ragazze riescono a far rinvenire parzialmente il ragazzo privo di sensi usando un espediente semplice e disperato: profumo sulle mani e sul volto. Quando finalmente il 118 prende i dati e assicura l’arrivo, la scena lentamente si dissolve. Ognuno torna alla propria vita.

Quella di venerdì non è un’eccezione, ma l’ennesimo episodio in una zona ormai assuefatta alla marginalità e al degrado. Cartoni usati come capanne, rifiuti abbandonati sui marciapiedi, bottiglie vuote e l’odore persistente di urina che resiste a ogni intervento di pulizia. Ai lati degli ingressi della posta, materassi e coperte ricompaiono puntualmente, nonostante i tentativi di sgombero. Dopo la chiusura temporanea dell’ufficio postale in maggio, seguita a una rapina, la situazione è peggiorata: spazi vuoti divenuti rifugi improvvisati.
Fenomeni simili si ripetono tra Piazza Garibaldi e Corso Novara: uomini e donne che appaiono e scompaiono ciclicamente, invisibili agli occhi della città. Non è una colpa non avere una casa: ognuno di loro porta con sé una storia fatta di fratture, dolori e scelte forzate. Ma ciò che è evidente è l’incapacità delle istituzioni di gestire il fenomeno.
Secondo i dati del Comune, tra il 2020 e il 2023 i senza fissa dimora a Napoli erano circa 2.000, saliti a 4.000 nel 2024. Non esistono numeri aggiornati, ma la crescita è evidente. Dietro ogni cifra c’è una persona che in estate resta senza mense e centri di accoglienza, e in inverno affronta il freddo e la pioggia senza riparo.
Alla fine, la vera morte è proprio questa: l’indifferenza. Lo ricordava il rapper En?gma nella sua canzone Invisibili:
«Ora è di cartone il mio letto
Lo sguardo nel vuoto è spento
E spesso vado, non so dove vado
Sono abituato a questo stato brado
E bravo tu che m’hai insultato
Di quanto sei frustrato è il risultato»
È questo lo specchio della città: chi non ha nulla diventa invisibile, un fastidio, un’ombra da evitare.
Eppure non mancano esempi opposti. Persone come Nausica, che scelgono di fermarsi. Ragazzi e ragazze che quest’estate a Mergellina hanno organizzato azioni spontanee per portare acqua e cibo ai clochard. Parrocchie come quella di Piedigrotta, che hanno creato piccoli gruppi di “Samaritani” capaci di offrire non solo pasti, ma ascolto e conforto. E la Comunità di Sant’Egidio, che da anni lavora senza clamore ma con costanza, segno che un’altra Napoli esiste.
Il problema non è cercare un colpevole, ma una soluzione. Serve un impegno istituzionale forte, un piano concreto che non si limiti a sgomberare ma che accompagni queste persone in percorsi di assistenza reale, sanitaria e sociale. La città deve imparare a rallentare lo sguardo. Perché dietro ogni cartone c’è un volto. Dietro ogni numero c’è una vita. E Napoli, che tanto ama definirsi capitale di umanità, non può permettersi di lasciare che la sua identità venga soffocata dall’indifferenza.
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