
Oggi, 25 novembre 2025, è il quinto anniversario dalla morte del Dio del calcio, Diego Armando Maradona. Sono trascorsi cinque anni dal giorno in cui il mondo ha perso il calciatore dagli scarpini d’oro, ma il suo ricordo non si scalfisce e non è soggetto al passare del tempo. A Napoli, Maradona non è un’icona: è un sentimento, comune a generazioni e città diverse, se non a tutto il mondo. Lo stadio Diego Armando Maradona, ribattezzato in suo onore subito dopo la scomparsa, è proprio il simbolo di quel legame indissolubile tra il calciatore e la città, che probabilmente non avrebbe trovato la stessa fertilità nel terreno di un luogo diverso da Napoli. Diego Armando Maradona nacque il 30 ottobre 1960 a Villa Fiorito, un sobborgo popolare di Buenos Aires, Argentina. Cresciuto in un contesto modesto, mostrò fin da bambino un talento calcistico straordinario che lo avrebbe reso colui che oggi porta il nome di D10S.
Maradona non è stato soltanto un fuoriclasse del calcio: è stato, ed è tuttora, un fenomeno culturale planetario. Nessun altro atleta al mondo ha generato un immaginario così vasto, capace di superare la staccionata dello sport e di radicarsi nella musica, nelle arti visive, nel cinema, nella politica e persino nella spiritualità popolare. A Buenos Aires, a Napoli, ma anche a Doha, a Città del Messico, a Calcutta, i murales dedicati a Maradona si contano a centinaia. Le sue frasi sono diventate slogan, tatuaggi, versi di canzoni; la sua storia ha ispirato documentari, film, serie TV, libri e perfino riti religiosi, come la celebre Iglesia Maradoniana, fondata in Argentina negli anni ’90 e oggi diffusa in vari Paesi. Quest’ultima non è una religione formale, bensì celebra Maradona in modo giocoso e affettivo, ma dimostra come Diego sia diventato un personaggio capace di generare forme di devozione popolare uniche al mondo.
Il motivo è semplice: Maradona rappresenta un archetipo universale. È il ragazzino povero che conquista il mondo, il genio ribelle che sfida il potere, l’eroe imperfetto che cade e si rialza. È il superuomo più umano che il mondo abbia mai conosciuto. Per questo le città che lo hanno amato, Buenos Aires e Napoli su tutte, lo celebrano come si celebra un santo laico: non per la perfezione, ma per l’umanità. Il Maradona incessantemente ricordato è anche il Maradona più politico, quello in difesa dei napoletani contro il razzismo, quello più anticonformista, più lucido. Quello che anche nell’oro non ha voluto dimenticare cosa si prova a giocare con i pantaloncini sporchi di fango e la bocca chiusa, spesso con la forza.
Quello tra Maradona e Napoli è un amore senza fine. Lo stadio che oggi porta il suo nome ne è il simbolo più evidente, ma il legame va ben oltre quelle mura. Il culto di Diego a Napoli si tramanda in famiglia, nei racconti degli adulti ai bambini, nei video delle sue magie che scorrono ancora sui display dei telefoni. È un legame identitario. Il napoletano non vede in Maradona soltanto l’eroe degli scudetti, bensì l’uomo critico verso la condizione dei cittadini di Napoli, in quel periodo discriminati oltre ogni misura da tutta Italia, anche dagli italiani più vicini. Ha portato all’attenzione comune la quotidianità di chi è stato ridotto ad uno stereotipo, di chi ha subito oltre il danno la beffa. Ha dato voce a una città afona e Napoli non lo dimenticherà mai.
Nel calcio, Maradona continua a rappresentare un punto di riferimento tecnico irripetibile. I suoi dribbling, la sua visione di gioco, la sua capacità di cambiare il destino di una partita da solo mentre il calcio moderno stava virando verso uno schema sempre più corale, sono solo alcune delle caratteristiche di gioco dell’argentino. In questo senso, Maradona era un artista che usava il pallone al posto del pennello. Riusciva a creare una costante imprevedibilità, anche sotto pressione, grazie ad una tecnica raffinata (soprattutto per il tempo), fatta di tunnel, passaggi e tocchi ravvicinati o gesti tecnici più da spettacolo come la rabona o il sombrero. Ma, soprattutto, le caratteristiche più strabilianti erano proprio il suo intuito calcistico e la rapidità mentale con cui riusciva ad elaborare giocate creative ma destinate alla finalizzazione. Leggeva con facilità le intenzioni dell’avversario e riusciva a smarcarsi, abbassarsi per ricevere palla, creare superiorità numerica e far ripartire l’azione con verticalizzazioni di grande qualità. Era offensivo tanto quanto difensivo.
Delle vere pennellate, poi, erano proprio le sue punizioni, letali e imprevedibili. Sembrava che il pallone gli appartenesse di diritto vicino al piede, che fosse in qualche modo incollato a quello scarpino, anche e soprattutto nelle azioni più intricate e dinamiche. Chi ha avuto il privilegio di vederlo giocare lo descrive spesso come un ballerino che danzava in armonia tra la palla, il campo e la porta.
Pur essendo uno dei più grandi calciatori mai esistiti, Maradona aveva una vita personale complessa, segnata da alti e bassi di eguale intensità. Le sue dipendenze, i problemi di salute, le tensioni con la fama e la famiglia sono parte integrante della sua storia e, in qualche modo, alimentano anche il suo mito. Molti vedono nel campione un uomo fragile, che ha sempre vissuto in quella linea sottile tra il genio e l’autodistruzione. Ciò rende il suo lascito ancora più potente. La grandezza di Maradona è anche nella sua umanità, nelle sue contraddizioni. Il dibattito su quanto della sua vita sia stato demoniaco e quanto divino continua ancora oggi. Da un lato, i suoi sostenitori elevano il suo status a icona del calcio. Dall’altro, i suoi detrattori sottolineano che la fama non può oscurare le responsabilità, anche fuori dal campo.
Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020, all’età di 60 anni, nella casa di Tigre, vicino Buenos Aires. Era stato operato pochi giorni prima per un ematoma subdurale e avrebbe dovuto seguire una riabilitazione costante, monitorata da un’équipe medica. Secondo i risultati dell’autopsia, la causa del decesso fu un edema polmonare acuto provocato da insufficienza cardiaca. Il cuore di Maradona risultò ingrossato, con segni di una sofferenza prolungata. Gli esami tossicologici esclusero l’uso di droghe o alcol nelle ore precedenti la morte. Furono invece trovati farmaci prescritti per la gestione delle sue condizioni fisiche e psichiatriche.
Fin dai primi giorni emersero dubbi sulla gestione delle cure. Le indagini hanno ricostruito una situazione definita dagli inquirenti “caotica”. Nel tempo, si è affermata sempre più la convinzione che il decesso potesse essere evitato con un’assistenza più efficace. Per questo, otto membri dell’équipe sanitaria (medici, infermieri, psichiatra e coordinatori) sono finiti a processo con l’accusa di negligenza. La vicenda giudiziaria, complessa e più volte rinviata, è diventata un nuovo capitolo nel racconto pubblico di Maradona. La famiglia, e in particolare le figlie Dalma e Gianinna, sostiene da anni che l’équipe non abbia garantito l’assistenza necessaria a un paziente con un quadro medico così delicato. Gli imputati, invece, respingono le accuse, sostenendo di aver operato in un contesto complesso e con un paziente estremamente difficile da gestire.
Diego non è mai diventato un personaggio del passato. È rimasto un simbolo di passione, di creatività, di ribellione, di fragilità e di bellezza. In un’epoca in cui le icone sembrano consumarsi rapidamente, Maradona continua a vivere, nelle strade, nei racconti e nei cuori di chi ha trovato in lui un pezzo di sé. Per alcuni è stato un eroe calcistico irripetibile, per altri un uomo fragile, per altri ancora un manifesto di riscatto popolare. Ma per tutti, Diego resta un’emozione. Qualcosa che appartiene più al vissuto che alla memoria, più al presente che al passato. Ed è forse questo il segreto del suo mito immortale.
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