
In più occasioni lo storico Paolo Macry ha definito Napoli come una “città omeostatica”, riferendosi alla proprietà delle cellule e di altri sistemi biologici di mantenere un perfetto bilanciamento tra l’ambiente esterno e quello interno attraverso permeabilità, scambi e adattamenti. Una definizione forse più fortunata di quella, pure bellissima, data dal filosofo Walter Benjamin di una “città porosa” come il tufo che ne forma le viscere e i palazzi; più fortunata perché meglio incarna il modo in cui la città, da sempre, resiste e si adatta a qualunque scompenso, cambiamento o crisi, mantenendo, nel mutamento, una sua natura riconoscibile ma sfuggente.
Ma il fine equilibrio omeostatico non può resistere per sempre: una concentrazione eccessiva all’interno della cellula può portarla a gonfiarsi fino a scoppiare, mentre una concentrazione eccessiva all’esterno la porta ad avvizzire e morire. Rivedere Napoli, dopo qualche mese di assenza, spezzato il flusso del divenire cittadino, fa questo effetto: sembra di assistere al collasso della “città omeostatica”.
Ma se è vero che la città è sempre stata soggetta ad un movimento di cittadini in ingresso e in uscita, vuoi attratti dalla capitale del Sud Italia, vuoi respinti dalle diverse disponibilità di lavoro, benessere e “opportunità” nel Nord Italia e all’estero, essa mai si era trovata a fronteggiare uno stravolgimento come quello di questi anni: la città rischia di scoppiare per la marea di turisti che ne invadono tutti i luoghi, attirati da una tempesta perfetta di film e serie tv, passaparola e prezzi (ormai non più) bassissimi.
Se c’è una cosa a cui la “città omeostatica” non può sopravvivere è la completa scomparsa dei suoi cittadini, che, scacciati dalla turistificazione, hanno lasciato interi quartieri del centro alla speculazione e alle catene di venditori di pizze fritte. Quando si emigrava, e si emigra, c’è sempre qualcuno da cui tornare e qualcosa a cui tornare; per i napoletani scacciati, ancora qualche anno, e potrebbe non esserci più nulla.
Qualcuno parla di un gran momento, una grande occasione per la città. Verrebbe da chiedere loro quanti napoletani stiano effettivamente beneficiando di questa occasione di fronte a prezzi in aumento vertiginoso, sfratti che hanno raggiunto solo nel 2022 circa 10mila famiglie, spesso per far spazio ai B&B, e ad un tasso di disoccupazione che è nuovamente in crescita, nonostante sia già tra i più alti d’Italia.
Qualcuno ha invece pensato che, come nelle migliori fantasie neoliberiste, la ricchezza arrivata a pochi si sarebbe ridistribuita, riattivando gli ingranaggi dell’economia partenopea: in fondo, la Samsung è nata come negozio di alimentari e la Nokia produceva carta igienica, quindi perché qualcuno dei beati ristoratori e palazzinari non dovrebbe fare lo stesso? Riusciranno questi signori a convertire questa accumulazione di capitale disordinata e povera in qualcosa che vada davvero a beneficio della collettività? Lo scetticismo è tanto, le speranze sono poche; manco la soddisfazione di un classico “adda passà ‘a nuttata”, che poi va a finire che, passata la nottata, la città in cui sono cresciuto non ci sarà più.
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