
“Napoli Est. Una storia di violenza ambientale”, pubblicato da Monitor, nasce come un’opera necessaria che permette finalmente a Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio di raccontarsi dall’interno. Il progetto, coordinato da Luca Rossomando di Napoli Monitor, è firmato da cinque giovani autori: Valerio Caruso, Walter Molinaro, Michela Romano, Giorgia Scognamiglio, oltre alla sottoscritta. Siamo ricercatori, attivisti e giornalisti che da anni osservano e vivono il territorio, e in questo libro abbiamo unito storia, dati e testimonianze per restituire un quadro completo e urgente. Alla prima presentazione, alla biblioteca G. Deledda di Ponticelli, Deborah Divertito ha colto il senso del nostro lavoro: «Era necessario, voluto e aspettato. Finalmente un libro che non tratta gli abitanti della sesta municipalità come un esperimento, ma li racconta per ciò che sono e per ciò che vivono». Il termine “violenza” descrive con precisione ciò che questo territorio ha subìto: scelte imposte dall’alto, senza ascoltare i bisogni reali della popolazione. Lo ribadisce anche Rossomando: «Abbiamo voluto stimolare un lavoro collettivo coinvolgendo persone giovani attive su quel territorio e che lo studiano con sguardi diversi. Lo intendiamo come un contributo per tenere alta l’attenzione della città e come strumento utile per i gruppi più attivi di quei quartieri».
Il volume si apre con il contributo di Valerio Caruso, che ripercorre la storia di Ponticelli dalle origini paludose all’industrializzazione con stabilimenti come Corradini e Cirio, passando per la legge speciale, la crisi industriale e i pesanti effetti ambientali del passato. Tra gli episodi più simbolici spicca l’esplosione dell’Agip del 1985, emblema della pericolosa vicinanza tra fabbriche e abitazioni e dell’eredità tossica che ha segnato a lungo la zona est. Giorgia Scognamiglio approfondisce un paesaggio degradato, siti contaminati e pratiche illegali che resistono nonostante l’area sia un SIN ad alto rischio sanitario ed ecologico. Bonifiche mancate e gestione insufficiente dei rifiuti continuano a pesare sulla salute dei residenti, aggravate da una forte densità abitativa e da fragilità sociali diffuse. Il tema ritorna nel capitolo di Michela Romano dedicato alla sanità: medici e strutture esistono, ma sono mal distribuiti e difficili da raggiungere in quartieri estesi e con scarsa mobilità come Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. Sempre più persone si rivolgono al privato, mentre gli spazi pubblici, spesso trascurati, riflettono lo stesso abbandono.
Nel mio contributo ho voluto mostrare come, in assenza di interventi istituzionali efficaci, siano spesso le associazioni locali a ricucire le ferite del territorio. Centrale è l’esperienza degli Orti Urbani della villa De Filippo, attiva ormai da dieci anni: grazie al Centro Diurno Lilliput e alla Cooperativa ERA, uno spazio abbandonato è tornato a vivere con oltre duecento terrazze coltivate e il coinvolgimento di scuole, parrocchie e associazioni. Racconto anche Re Mida Napoli, l’atelier del riuso coordinato da Anna Marrone, che trasforma scarti in strumenti educativi, in contrasto con via Mastellone, dove l’ex campo Rom brucia da anni sprigionando fumi tossici. A San Giovanni a Teduccio seguo da tempo il lavoro di Fondalicampania APS, che monitora microplastiche e qualità dell’acqua, un presidio essenziale in un’area segnata da scarichi fognari e continui cambi di balneabilità. Il racconto del terzo settore prosegue con Molinaro, che descrive l’Eco-parco e il progetto Agri-cultura di Ponticelli, mostrando come l’agricoltura urbana possa offrire sviluppo sostenibile e inclusione sociale a un territorio che rivendica riscatto.
Il libro si chiude confrontando Napoli Est con Bagnoli, evidenziando come su quest’ultima si sia intervenuti prima e meglio. La zona orientale resta un territorio con molte rivendicazioni aperte, ma anche una comunità attiva e determinata, come mostrano le storie di contestazione ambientalista che abbiamo raccolto. Il volume diventa così un atto di riconoscimento: afferma che questa zona non è lo “sgabuzzino della città”, ma un territorio vivo che pretende dignità, diritti e un futuro all’altezza della propria storia.
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