
Nel Paese dove ogni rivendicazione si ammanta di diritti assoluti, e dove troppo spesso l’interesse generale si dissolve nel particolare più vociante, la notizia che il TAR della Campania ha respinto il ricorso dell’associazione Mare Libero contro il numero chiuso alla Gaiola a Napoli è, finalmente, una vittoria della ragione pubblica. Una vittoria dell’ambiente, certo, ma ancor più della civiltà amministrativa. Di quella cultura del limite che, in Italia, si evoca sempre e si pratica mai.
Il caso? Emblematico. La spiaggia della Gaiola, incastonata nel tratto di costa forse più delicato – e vulnerabile – del litorale napoletano, resterà accessibile solo con prenotazione. Non una chiusura, ma un criterio: contingentamento, non esclusione.
L’associazione Mare Libero – legittimamente, va detto – aveva impugnato la delibera 125/2023 dell’Autorità Portuale, sostenendo che quel cancello all’ingresso della spiaggia di Cala San Basilio fosse un insulto al principio sacrosanto dell’accesso libero al mare. Ma qui, come spesso accade, la retorica dei diritti ha inciampato sulla realtà dei fatti. Perché se è vero che il mare è di tutti, non è detto che lo debba essere sempre, comunque, e senza condizioni. La sentenza del TAR, con un equilibrio quasi scolastico, afferma ciò che nella pratica quotidiana dell’amministrazione pubblica italiana è diventato rivoluzionario: il diritto alla balneazione può – e deve – essere regolamentato, laddove la pressione antropica diventa una minaccia diretta al patrimonio naturale e culturale. Un principio ovvio in qualunque altro Paese europeo, ma da noi, si sa, l’ovvio è spesso rivoluzionario.
Nelle motivazioni della sentenza si legge un’espressione che meriterebbe di entrare nel lessico dei giuristi ambientali: “inestricabile intreccio” di valori paesaggistici, archeologici e ambientali. Non è solo retorica giudiziaria: è la rappresentazione esatta di ciò che rende la Gaiola un unicum. E proprio perché è un unicum – e non una qualunque spiaggia urbana – pretende un’eccezione alla regola generale. Il TAR lo afferma con chiarezza: l’accesso libero non può diventare sinonimo di degrado condiviso. Il sistema di prenotazione vigente non limita il diritto, lo struttura, lo condiziona al bene superiore della conservazione. Insomma, non si vieta l’accesso: si impedisce che diventi un’orgia di presenze, plastica, inciviltà. E, aggiungiamo, sciatteria amministrativa.
Chi conosce la Gaiola sa bene che prima del numero chiuso era l’ennesimo angolo costiero ridotto a bivacco estivo. Oggi, grazie alla gestione del Parco Sommerso – sotto l’occhio vigile del Centro Studi Gaiola Onlus – si parla di “rinaturalizzazione spontanea”. Cioè: laddove l’uomo si limita, la natura ritorna. Semplice? Sì. Eppure, faticosamente conquistato. Il direttore del Parco, Maurizio Simeone, ha parlato di “sentenza esemplare”. E ha ragione. Perché qui non si tratta solo di difendere un’area marina protetta, ma di affermare un principio universale: che non tutto ciò che è pubblico è illimitato. E che il rispetto per il bene comune passa anche per la selettività, non per l’anarchia del “tutti ovunque sempre”.
Non è solo una battaglia locale. È uno spartiacque. In un’Italia dove la gestione del demanio marittimo è spesso affidata al pressapochismo e alle urla di chi grida “libertà” per poter continuare indisturbato a fare i propri comodi in spiaggia, la Gaiola diventa un modello giuridico e amministrativo. Certo, non piacerà a chi sogna un’utopia balneare senza regole. Ma la verità è che il mare – come qualunque bene comune – si protegge con la responsabilità, non con gli slogan. E se questo significa contingentare gli accessi, installare un cancello, pretendere una prenotazione, allora ben venga. Perché senza governo, la libertà diventa prevaricazione. E senza limiti, il patrimonio si estingue. Il TAR lo ha capito. Ora tocca alla politica farne tesoro.
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