
Certe volte accade che, nel cuore d’un Paese abituato a convivere con la proroga sine die come se fosse un diritto divino, intervenga finalmente la realtà normativa – quella europea, per giunta – a ricordarci che la spiaggia è pubblica. E che il tempo dei privilegi feudali mascherati da consuetudine balneare è finito. È questo, in estrema sintesi, il terremoto istituzionale – ma prima ancora giuridico e culturale – che si è abbattuto su Napoli, e più precisamente sulla raffinata e simbolica insenatura di Bagno Elena, a Posillipo, da sempre salotto estivo della borghesia partenopea.
Con una decisione che ha del clamoroso, ma che in realtà è solo il logico esito di un percorso giurisprudenziale ampiamente preannunciato, il TAR Campania ha annullato la concessione provvisoria rilasciata nel 2024 al Bagno Elena, stabilimento storico quanto discusso. Ma non si è limitato a questo. Il Tribunale ha cancellato anche due delibere fondamentali – la n. 132/2024 e la n. 17/2025 – con cui l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale aveva recepito, con discutibile entusiasmo, l’ennesima proroga automatica delle concessioni balneari imposta dal governo centrale, nel solco di quella lunga catena di rinvii che dal 2009 ad oggi ha fatto finta di ignorare la Direttiva Bolkestein. Le concessioni marittime non sono proprietà privata né rendite garantite, ma affidamenti su beni demaniali che la legge europea, e ancor prima il buon senso liberale, impongono debbano passare da gare pubbliche.
Il risultato? Una porzione consistente della spiaggia, sinora appannaggio esclusivo di lettini ordinati a caro prezzo e clientele selezionate, viene restituita – letteralmente – al pubblico. Il gestore Mario Morra, pur visibilmente contrariato, ha cominciato a smontare (parzialmente) attrezzature e strutture. Ma la sua dichiarazione d’intenti è chiara: resistere con un ricorso al Consiglio di Stato, chiedendo sospensiva e rinvio. Come a dire: temporeggiamo ancora, magari l’estate passa e se ne riparla il prossimo anno. Una logica che ha sorretto per anni l’intero sistema, e che oggi inizia a scricchiolare.
La sentenza del TAR poggia su basi tutt’altro che improvvisate: il recepimento della Direttiva Bolkestein del 2006 impone che le concessioni su beni pubblici – tra cui, è bene ribadirlo per chi finge di non capirlo, le spiagge – debbano essere assegnate con evidenza pubblica, ovvero tramite gara. Lo aveva già chiarito il Consiglio di Stato nel 2021, lo ribadiscono oggi i giudici amministrativi campani.
Eppure, per anni, si è proceduto per finzioni giuridiche, eclissi normative e proroghe seriali: un sistema malato, costruito sul corto respiro del consenso e sull’abitudine a pensare che ciò che è pubblico debba, per diritto acquisito, essere privatamente monetizzato. Ma ora qualcosa si è rotto. E non è detto che sia un male.
Chi ha gioito apertamente è Edoardo Trotta, patron del celebre ristorante Palazzo Petrucci, affacciato sulla stessa spiaggia. Da anni reclama – e ora ottiene – che quello spazio torni alla città. Il suo progetto, di costruire un beach club moderno, aperto anche al pubblico, è la vera alternativa culturale al modello attuale: meno oligopolio e più accessibilità, con servizi moderni, tariffe trasparenti, e persino – udite udite – una quota garantita di spiaggia libera (30%, per la precisione), come prevede il partenariato proposto al Comune. In più: distanza dalla battigia, accessibilità per disabili, manutenzione dell’arenile. In altre parole: civiltà amministrativa.
Non poteva mancare, ovviamente, la voce dell’altra parte. Morra, imprenditore navigato e portavoce del SIB (Sindacato Italiano Balneari), ha parlato di “sentenza che crea scompiglio”, di “quarantina di dipendenti stagionali a rischio”, e del solito refrain: “abbiamo sempre operato secondo le regole”. Ma quali regole? Quelle costruite a colpi di proroga illegittima? Quelle che – per sua stessa ammissione – gli hanno consentito di pagare canoni ridicoli per anni su un bene di proprietà collettiva? Non si può ignorare che questa presunta legittimità sia stata fondata su un sistema che ha premiato chi ha saputo occupare per tempo gli spazi, non chi ha proposto servizi migliori o garantito accesso più equo.
Chi sembra colto in contropiede, come spesso accade, è l’amministrazione pubblica. L’Autorità Portuale valuta ricorso, il Comune si affretta a promettere un PUAD (Piano di Utilizzo delle Aree Demaniali) aggiornato, ma il tempo corre. E gli attivisti di Mare Libero, da anni cani da guardia della legalità demaniale, hanno gioco facile nel sottolineare come i Comuni abbiano accumulato colpevoli ritardi nell’applicazione delle sentenze. A Napoli, come altrove. Intanto, proprio Mare Libero ha festeggiato la sentenza con un flash mob simbolico, ricordando che la spiaggia è di tutti, anche se l’accesso a Bagno Elena rimane, per ora, contingentato. Un paradosso che grida vendetta.
Il TAR non ha solo ordinato la rimozione di ombrelloni e lettini: ha posto le basi per una rivoluzione di sistema, per un’estate italiana finalmente allineata al diritto europeo. Si dovrà procedere a gare pubbliche, si dovranno rimodulare gli spazi, e soprattutto si dovrà uscire da quell’ambiguità giuridico-amministrativa che ha fatto comodo a troppi. È solo il primo round, certo. Ma la traiettoria è segnata: o si cambia, o si soccombe nei ricorsi. E per una volta, verrebbe da dire, meglio tardi che mai.
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