
Shein, l’e-commerce di fast fashion, apre un pop-up store alla Mostra d’Oltremare a Fuorigrotta.
Di Shein si osservano due discorsi divulgati in parallelo, uno in bene e uno in male. L’accezione positiva riguarda i termini di profitto per la quantità di acquisti, in poche parole: la moda Shein, il positivo come usurpazione capitalistica di un consenso d’acquisto progressivamente diffuso. Sui social spopolano full outfit derivati da Shein, collaborazioni e codici sconto dedicati al sito; niente di estremamente inedito, se non fosse per il consenso che ha acquisito il gruppo di fashion retail. Le ragioni alla base di tale consenso sono, per esempio, l’abbordabilità dei prezzi dei capi in vendita, la vasta scelta riguardo le taglie disponibili o la quantità di prodotti fabbricati. Il tutto, però, procede in maniera inversamente proporzionale alla qualità che caratterizza gli articoli in vendita, sia in termini di materiale di composizione dei prodotti, che di modalità di produzione.
La parte di opinione e divulgazione pubblica su Shein che fa rivoltare la pelle davanti alle file interminabili -soprattutto- di giovani ragazze e ragazzi per l’ingresso al temporary shop a Fuorigrotta deriva dal paradosso della consapevolezza che caratterizza particolarmente i nostri anni. Sono state divulgate numerose e approfondite indagini effettuate nelle fabbriche di produzione dei prodotti Shein, come quella del Time sulla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici e sulla questione dell’insostenibilità dei modelli di produzione di Shein: «Secondo il Synthetics Anonymous 2.0, un rapporto pubblicato sulla sostenibilità della moda, l’utilizzo di poliestere vergine e il consumo di petrolio da parte dei fabbricanti producono la stessa quantità di CO2 di circa 180 centrali elettriche a carbone» (Fonte: “Shein Is the World’s Most Popular Fashion Brand—at a Huge Cost to Us All”, Time, Gennaio 2023).

L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha recentemente avviato un’istruttoria nei confronti di Infinite Styles Services CO. Limited, l’azienda che gestisce il sito web italiano di Shein, per la «possibile ingannevolezza di alcune affermazioni ambientali contenute nelle sezioni “#SHEINTHEKNOW”, “evoluSHEIN” e “Responsabilità sociale” del sito shein.com» (Fonte: agcm.it). Risultano, dunque, ben note le modalità di produzione, divulgazione e adescamento di acquirenti da parte di Shein, che attua pratiche di greenwashing e, perché no, facendo leva sulla body positivity a basso prezzo, riducendo un insieme di lotte sociali a meri click di soddisfazione illusoria. Per non citare, oltre la suddetta indagine, la crescente presa di consapevolezza attraverso la divulgazione da parte di alcuni soggetti sui social network per una maggiore accortenza verso scelte che risultino sostenibili per il pianeta.
Assistere a file di persone che giorno dopo giorno attendono il proprio turno per accedere al pop-up alla Mostra d’Oltremare, fa chiedere: perché, nonostante siamo consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte d’acquisto sulla sostenibilità ecologica e sulla condizione umana e lavorativa di chi produce ciò che compriamo, continuiamo ad adottare determinati atteggiamenti consumistici?
In mezzo a compagnie che marciano su un eccessivo consumo di risorse e di rifiuti –Shein tra queste-, che causano inquinamento, fomentano la cultura dello spreco e abusano del tempo e delle energie di lavoratori e lavoratrici adulti e minori, interrogarsi sulla storia dei prodotti che aggiungiamo compulsivamente ai nostri carrelli digitali sarebbe un passo necessario, l’inizio di un cambiamento del nostro stesso modo di vivere, che dipende sempre più dalle regole di un mercato capitalista, omologante e speculativo.
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