
La notizia del progetto di costruzione di un nuovo Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) a Castel Volturno ha riacceso con forza il dibattito sulla condizione dei lavoratori stranieri in Campania, innescando una sentita ondata di mobilitazione. Lo scorso 20 giugno la comunità srilankese è scesa in piazza a Napoli al fianco di migliaia di migranti regionali, unendo la memoria storica dell’associazionismo all’urgenza dei diritti negati.
«Se prendiamo come esempio la città di Napoli, è un luogo in cui vivono moltissime nazionalità diverse provenienti da vari paesi», spiega Kumara, portavoce srilankese. «Ognuna ha la propria associazione. Allo stesso modo, anche noi dello Sri Lanka abbiamo la nostra associazione specifica per i migranti. Inoltre, esiste un’organizzazione generale che unisce tutte queste diverse comunità, il Movimento Migranti e Rifugiati Napoli».
«Se guardiamo alla storia di queste realtà – ha proseguito Kumara – non si può definire un arco temporale preciso; anche più di 25 anni fa esistevano già associazioni formate da immigrati. Certamente nel tempo queste dinamiche cambiano: alcune si evolvono, ne nascono di nuove. In ogni caso, l’obiettivo principale è sempre stato quello di proporre e lottare per i diritti dei migranti. È una continuità storica. Ed è proprio una parte di questa rete di associazioni storiche che oggi si è mobilitata in questa lotta per rivendicare i diritti e i privilegi dei migranti».
Al centro della protesta figurano rivendicazioni chiare: permesso di soggiorno per tutti, stop allo sfruttamento lavorativo con turni di 12-13 ore, diritto alla salute e alloggi dignitosi. Ma è il tema della detenzione amministrativa a catalizzare la preoccupazione, specialmente dopo i piani governativi per il litorale domiziano.
«I CPR sono la negazione stessa dell’umanità e della dignità umana. Un CPR non è un luogo per esseri umani; siamo di fronte a veri e propri campi di schiavitù moderni», denuncia con forza l’esponente della comunità. «Duemila anni fa, ai tempi di Spartaco, gli schiavi venivano sottomessi e torturati in modo disumano. È inaccettabile che oggi, nel cuore dell’Europa e in un paese come l’Italia, si torni ad aprire simili campi. Parliamo di democrazie che hanno diffuso i valori democratici nel mondo: abbiamo il dovere morale di opporci. Condanniamo fermamente il CPR che si vuole costruire a Castel Volturno».
«La nostra totale opposizione va a questo centro, a tutti i CPR sul territorio italiano e a quelli esternalizzati fuori dai confini nazionali. Lottiamo perché i diritti, la democrazia e l’umanità devono essere sovrani ovunque». Ma, a dire il vero, è la situazione nell’Unione Europea ad essere insostenibile. Per questo, tra le rivendicazioni della manifestazione c’è anche l’annullamento immediato delle misure repressive sui migranti adottate dal Parlamento Europeo. Per questo, sarebbe «fondamentale regolarizzare tutte le persone sprovviste di documenti, garantendo loro un permesso di soggiorno».
La manifestazione fotografa una realtà economica in cui l’apporto dei cittadini stranieri è ormai strutturale per la tenuta del sistema locale. «Se prendiamo in considerazione in modo particolare la città di Napoli, emerge chiaramente una lunga storia legata alla comunità cittadina dei migranti. Oggi la città non potrebbe assolutamente andare avanti senza i lavoratori stranieri e la popolazione immigrata. La necessità di manodopera straniera è ovunque: dall’agricoltura, ai ristoranti, agli alberghi, fino al lavoro domestico e di assistenza come colf e badanti nelle case».
Le richieste della piazza non si configurano come pretese eccezionali, ma come la base per una convivenza dignitosa: «Chiediamo semplicemente l’accesso all’assistenza sanitaria, una soluzione alla questione abitativa e la stabilità della residenza. Chiediamo inoltre che venga garantita una giornata lavorativa standard di un massimo di otto ore; che si smetta di sfruttare le persone come schiavi e che venga assicurato un compenso adeguato e dignitoso. Infine, chiediamo il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno. Noi non siamo persone che rimarranno qui per sempre; alla fine, faremo ritorno alla nostra terra natia. Nel frattempo, però, chiediamo una vita dignitosa».
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