
In quanti conoscono l’architettura ostile? L’ho chiesto con un sondaggio a circa 100 persone, e la maggioranza di queste – circa il 60% – non ne sapeva nulla. Eppure, ogni giorno camminando per le strade della nostra città incontriamo un’architettura ostile: sbarre, cancelli, spuntoni, lastre di metallo, divisori sulle panchine. Passano inosservate sotto i nostri occhi, ma Napoli, come tante altre città in Italia e nel mondo, ne è piena. Così belle non sono.
Allora, a che servono? L’architettura ostile, solitamente, fa riferimento a tutte quelle strategie di progettazione urbanistica che servono a limitare, ostacolare e impedire l’utilizzo di determinati spazi o strutture. In epoca moderna, nel ‘70, il criminologo americano Jeffery la pensò come metodo architetturale e indiretto per respingere il crimine e migliorare “la vivibilità della città”. Sì, ma solo per una parte della popolazione. Perché le architetture cattive non colpiscono i reali criminali della nostra società, ma giovani, disabili e senzatetto. Così succede che a causa di uno spuntone alle porte di un palazzo o all’esterno del muro di una banca, un ragazzo non può appoggiarsi neanche durante una pausa sigaretta, o peggio: architettura ostile è anche ogni barriera architettonica che non permette il passaggio di disabili, lasciando davanti a loro un muro insormontabile fatto di scale.
Principalmente, però, l’utilizzo di quest’architettura mira a respingere i senzatetto, a non farli sostare su gradini, muretti e altri ripari ai piedi degli edifici. Con l’architettura ostile aumentano i non-luoghi in quella che è la città più bella del mondo, ma non la più accogliente. È un fenomeno che non notiamo facilmente, ma è sempre più in aumento: su questo aspetto, Napoli va di pari passo con le più grandi capitali europee. Abbiamo una casa calda, magari un lavoro, o studiamo, torniamo a casa e possiamo mangiare. L’ostilità di questi metodi mira a colpire tutti, da chi vorrebbe mangiare un panino a chi potrebbe sedere su un muretto a parlare con gli amici. Mentre si mina anche ad un aspetto di bellezza reale, quello della popolarità e l’apertura sociale di una città, coloro che soffrono di più questo tipo di barriera sono i senza casa.
Basta fare una passeggiata tra i principali centri di aggregazione degli homeless a Napoli (Piazza Garibaldi, Via Toledo e luoghi adiacenti) per avere numerosi esempi di architettura ostile. Sono decine gli spuntoni fuori le vetrine della Napoli bene visitata ogni giorno da migliaia di turisti. Molti di questi, poi, passano per la stazione centrale di piazza Garibaldi, dove perfino le panchine pubbliche – tra divisori e sbarre – sono ostili.
Tra pubblico e privato, poi, ci passano anche tante chiese del centro storico di Napoli, che chiudono i loro ingressi delimitando gli scalini con recinzioni e cancelli. Chiedendo ai commercianti perché avessero installato dissuasori fuori le loro attività, le risposte sono state varie e fantasiose: «Lo hanno fatto gli altri, per sicurezza lo facciamo anche noi» abbiamo sentito a Via Toledo – da chi ha preferito restare anonimo – e tanti altri seguono invece un’idea: «anche se non ci hanno dato problemi, serve al decoro».
Una parola, quest’ultima, che si ripete tanto nel dibattito che ruota attorno alla questione dei senzatetto – più di 2mila nella sola area metropolitana di Napoli – affibbiando loro il motivo di tanto degrado nelle nostre città.
Si crea una dicotomia sociale che associa al decoro la bellezza e al degrado tutto ciò che è brutto. E così nascono sempre metodi nuovi per allontanare dai centri abitati, dalle vie del commercio e del turismo, le fasce più deboli della popolazione. Lo abbiamo già visto con la turistificazione selvaggia, ossia la trasformazione delle metropoli in grandi parchi giochi per turisti. Dalla chiusura delle vecchie attività storiche a vantaggio delle sempre più abbondanti catene di cibo destinate al consumo compulsivo per chi visita la città, all’espansione a macchia d’olio dei b&b. Nei quartieri del consumo di Napoli, tra le vetrine luminose e i banconi colmi di cibo, nell’immagine oleografica della Partenope perfetta, per i senzatetto non c’è spazio. No: vengono solo allontanati dalle strade principali, raggruppati e ammassati ai limiti dell’umano sotto i ripari che comunque persistono nel centro abitato. Attenzione: non stiamo dicendo che Napoli o altre città debbano essere grandi dormitori a cielo aperto, anzi. Mai che ci fosse una chiamata a politiche di sostegno più solide per arginare alla base il problema di chi vive nella povertà più estrema – superando anche l’idea di carità che mette in un limbo i senzatetto, in balia di problematiche che vanno ben oltre la fame.
Insomma: tra l’indifferenza e l’emarginazione delle categorie più povere finiamo per ammazzare Napoli e le sue radici, quelle dell’antico spirito comunitario di mutuo soccorso. Napoli, che potrebbe essere l’ultimo argine e non lo è, preferisce creare le barricate contro i poveri. Torniamo indietro, oggi che tendere una mano non basta più e dovremmo rispondere con rabbia e non becera indignazione ai morti di freddo per le strade. Nell’ultimo anno sono morte più di 365 persone senza fissa dimora. È una strage silenziosa di invisibili ed emarginati. È più di una persona al giorno. E chissà oggi a chi toccherà. Se vogliamo davvero arginare qualcosa di brutto ed essere “decorosi”, iniziamo fermando l’indifferenza e lo stigma verso i più deboli.
Di Ciro Giso
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