
Il dodici maggio, nel giorno dello sciopero del precariato contro tagli, guerra e precarietà, uno striscione è stato calato sulla facciata stanca e vecchia della Federico II di Napoli. Intorno, volantini dispersi come coriandoli funebri ricoprivano l’ingresso di un edificio che in altri tempi si sarebbe detto luogo del sapere condiviso, esaltazione della cittadinanza come pratica viva e collettiva.
Il tentativo di aprire un varco è stato immediatamente sbarrato. Una chiusura non solo materiale, ma emblematica: l’ennesimo rifiuto al confronto da parte di una governance universitaria accartocciata su sé stessa, incapace di ascoltare le voci di chi nella ricerca ci vive, ci lavora, ci spera. I coriandoli sono stati lanciati nel vento dalla parte più fragile del mondo accademico: dottorandi e dottorande non riconosciuti pienamente come lavoratori, ricercatori e ricercatrici senza stabilità, corpi che insegnano, studiano, correggono e curano l’università criticando e resistendo all’irruzione dei privati nei luoghi del sapere. «Assemblea precaria a Napoli nasce sull’onda di alcune mobilitazioni, forme di attivazione già diffuse in altri atenei italiani, in risposta alla proposta di riforma universitaria, il ddl Bernini, che propone una riforma del pre-ruolo e una serie di tagli che sul triennio ammontano a 1.2 miliardi, previsti da rimaneggiamenti del fondo di finanziamento ordinario e dalla legge di bilancio», Afferma Arianna Petrosino, fondatrice dell’Assemblea precaria e rappresentante dei dottorandi e delle dottorande del Dipartimento di Scienze Sociali dell’università di Napoli Federico II.
«Questa situazione», prosegue Petrosino, «ha promosso un’ondata di mobilitazione, attivazione e informazione e a un certo punto ci siamo dette che anche a Napoli era importante provare a fare qualcosa. In un contesto come quello del Mezzogiorno, che nei decenni ha visto un’emigrazione di massa di studentesse, studenti, ricercatrici e ricercatori, l’università potrebbe svolgere un ruolo sociale anche di fronte alle problematiche che vive la città e che invece, ad oggi, non riesce a svolgere».
Questa parte invisibile ha alzato la voce per denunciare che, in Italia, l’investimento in ricerca e sviluppo si ferma all’1,4% del PIL, una cifra imbarazzante paragonata alla media europea del 2,1%. Così la precarietà diventa sistema e l’espulsione di chi termina il contratto la normalità. Per questo, l’università diventa un baronato, dove il potere si eredita e non si discute. Con il ddl 1240, il cosiddetto Bernini-Resta, e i recenti emendamenti contenuti nel ddl 1445, si profila il declino programmato dell’università pubblica. «Si rende sempre più difficile accedere a forme di impiego dignitose all’interno dell’università. Il DDL Bernini introduce una platea di opzioni contrattuali a basso costo.» È qui che il meccanismo mostra la sua natura profondamente contraddittoria. «Se a questo aggiungiamo la fine dei finanziamenti straordinari legati al PNRR», continua Petrosino, «e addirittura una riduzione strutturale dei fondi attraverso i tagli previsti dalla legge di bilancio, si delinea un quadro paradossale: da un lato si introduce un nuovo contratto più tutelante, dall’altro si impedisce che venga effettivamente utilizzato, perché mancano i finanziamenti per sostenerlo. E per colmare il vuoto che si è creato, si giustifica l’adozione di formule di impiego sempre meno onerose, ma anche sempre meno tutelanti.»
Il tema del precariato universitario, dunque, ha iniziato ad essere discusso tra le mura accademiche, ma nonostante possano pervenire sentimenti di solidarietà e approvazione da docenti di ruolo e altri membri del personale accademico, il problema è un marchio sulla pelle di chi lavora in questo stato. «Ci hanno detto “menomale che ne parlate”», racconta Arianna Petrosino, «Noi siamo le prime toccate da queste dinamiche. Però non basta, e un po’ di docenti strutturati se ne stanno rendendo conto, perché gli si stanno svuotando i gruppi di ricerca. Chiederemo che la solidarietà della componente strutturata dell’università si manifesti non solo a parole, perché nel momento in cui cambia anche lo status di ricattabilità è utile che tutte le componenti dell’università prendano parola. Vogliamo creare alleanze tra tutte le componenti lavoratrici dell’università, quindi i lavoratori e le lavoratrici tecnico-amministrativi, le lavoratrici e i lavoratori esternalizzati, le cooperative, i servizi di guardiania, di portineria. Nelle parole questa solidarietà c’è e si vede. Qualcuno ci ha anche chiesto cosa si potesse fare assieme, la risposta è: partecipare, manifestare insieme».
«Ospite da Fazio, la ministra Bernini ha dichiarato di aver eliminato la precarietà dall’università. Arianna, però, conclude: «La precarietà non è finita. È stata solamente istituzionalizzata».
Di Manuel Vita Verde e Tonia Scarano
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