
C’è una nuova specie di turista che non arriva più a Napoli con la cartina in mano.
Arriva con un business plan.
Non necessariamente un business plan scritto su Excel, con le colonne dei costi e dei ricavi. A volte basta un profilo Instagram, qualche milione di visualizzazioni, una guida digitale, una collaborazione commerciale, una serata organizzata nel posto giusto e la capacità di raccontare una città trasformandola in esperienza. Napoli, del resto, si presta benissimo.
È povera abbastanza da sembrare autentica, bella abbastanza da essere venduta come esclusiva, incasinata abbastanza da essere “vera” e ormai internazionale abbastanza da poter diventare un prodotto. E quindi Napoli venduta al miglior offerente.
Ed è qui che entra in scena Amby Mathur, content creator statunitense che ha fatto di Napoli una parte importante della propria identità professionale e del proprio progetto Travel With Amby. Sul suo sito propone guide per il Sud Italia e persino risorse dedicate a chi vuole trasferirsi in Italia.
Ora arriva anche un evento, il Parthenope Party nel cuore della Galleria Borbonica, i cui proventi saranno destinati a Fondalicampania, associazione che dal 2014 si occupa della tutela dell’ambiente marino e costiero campano. Fondalicampania è una realtà che da anni organizza pulizie dei fondali e delle spiagge, attività di sensibilizzazione e iniziative sulla salvaguardia del mare.
E quindi dov’è il problema? Il problema è che forse non c’è nessun problema. Ed è proprio questo il problema.
Perché è diventato quasi impossibile criticare il nuovo turismo senza sembrare quelli che odiano i turisti, i forestieri, gli influencer o il progresso. Se poi i soldi di una serata vanno a ripulire il mare, il cerchio sembra perfetto: divertimento, turismo, beneficenza, ambiente.
Tutti felici.
Tranne che Napoli, ogni tanto, dovrebbe avere il diritto di chiedere cosa succede prima del lieto fine. Perché la gentrificazione non arriva necessariamente con un assegno da un milione di euro e un cartello “vendesi”. Arriva molto più educatamente.
Arriva quando un quartiere comincia a essere raccontato non più per chi ci vive, ma per chi lo visita. Quando il bar sotto casa diventa “local experience”. Nel momento in cui i beni culturali ed i monumenti diventano il set di un rave esclusivo. Oppure la vecchia trattoria diventa “authentic food”. O il vicolo diventa sfondo. Quando una casa che per una famiglia è semplicemente casa diventa, per qualcun altro, una possibilità di investimento.
E soprattutto quando il valore di un luogo comincia a essere misurato dalla quantità di persone disposte a pagare per attraversarlo.
Questa è la parte più subdola della faccenda: la città può essere sfruttata anche mentre viene celebrata. Anzi, spesso viene sfruttata proprio perché viene celebrata.
Napoli oggi viene venduta continuamente come autentica, ribelle, decadente, meravigliosa, caotica, vera. È diventata un gigantesco archivio di immagini vendibili. E più la città viene trasformata in esperienza, più l’esperienza diventa economicamente appetibile. Non significa che ogni straniero che apre un profilo su Napoli stia gentrificando Napoli.
Non significa nemmeno che chi organizza un evento benefico stia sfruttando qualcuno. E soprattutto non significa che Fondalicampania abbia responsabilità nella trasformazione turistica della città. Anzi, la sua storia racconta un’associazione impegnata concretamente nella tutela del territorio e del mare, con iniziative di pulizia dei fondali e delle spiagge che risalgono almeno alla sua fondazione. Ma proprio per questo la domanda resta.
Chi guadagna dalla nuova Napoli? E chi paga il conto?
Perché mentre qualcuno monetizza l’immagine internazionale della città, qualcun altro continua a pagare affitti sempre più difficili da sostenere, a vedere cambiare i propri quartieri, a lavorare nel turismo per stipendi che spesso non hanno nulla a che vedere con il valore economico prodotto dal turismo stesso.
Il turista arriva.
L’esperienza viene venduta.
Il contenuto viene pubblicato.
Il ristorante incassa.
Il proprietario dell’immobile può aumentare il canone.
L’algoritmo festeggia.
E poi, magari, una parte dei soldi finisce anche in un’associazione che protegge il mare. È una cosa bella? Sì. È sufficiente? No.
Perché una città non si salva soltanto pulendo i fondali. Si salva anche impedendo che chi ci vive venga lentamente spinto fuori dall’acqua. E qui sta la contraddizione che Napoli dovrebbe imparare a guardare senza paura: possiamo essere felici che il mondo ami Napoli e contemporaneamente domandarci se il modo in cui il mondo la ama stia diventando economicamente insostenibile per chi Napoli la abita.
Non è una guerra tra napoletani e stranieri. È una questione di potere. Chi ha abbastanza soldi per scegliere dove vivere può cercare l’autenticità. Chi non li ha deve sperare che l’autenticità non faccia aumentare troppo l’affitto. E forse la vera domanda non è nemmeno se Amby Mathur ami o meno Napoli. Probabilmente la ama davvero. La domanda è molto più scomoda:
quanto deve costare Napoli prima che l’amore per Napoli diventi un privilegio?
Perché una città non dovrebbe essere un souvenir. E nemmeno un prodotto. Nemmeno quando il prodotto finanzia una buona causa.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...