
C’è una strada a Napoli che le persone chiamano via della musica, costellata, su entrambi i lati, da storici negozi di strumenti musicali. Via San Sebastiano incarna insieme identità, passione e resistenza e racconta come un commercio settoriale e d’eccellenza si evolva nel tempo, abbracciando il cambiamento, ma senza perdere la sua qualità originaria. Come è mutato il commercio di strumenti musicali a Napoli nella sua storica via? Lo abbiamo chiesto a chi nel settore lavora da 25 anni, a chi ha assistito anno dopo anno all’evoluzione della propria attività e della peculiare strada in cui è incastonata. Abbiamo così raccolto la testimonianza di Emanuela, proprietaria insieme al marito di Centro Chitarre, che dal 1999 è un punto di riferimento di respiro internazionale.
Il suo sguardo ci ha permesso di comprendere come, nonostante questo tipo di commercio sia mutato nel tempo, il pilastro della passione resti saldo mentre mutano interessi e possibilità degli acquirenti, nonché le modalità di vendita.
Il primo fattore che ha contribuito al mutamento è stata la clientela, soprattutto a causa del differente approccio che le persone hanno nei confronti della musica. «In questi anni -racconta Emanuela- via San Sebastiano ha subìto un radicale cambiamento; fino a 15 anni fa l’innumerevole presenza di negozi di strumenti musicali comportava, perlopiù, la presenza di acquirenti musicisti. Vi era, inoltre, una notevole presenza di amatori, professionisti che per mero diletto, e non per professione, suonavano uno strumento. Oggi l’amore per la musica è un sentimento ancora vivo, ma non è più insito nella cultura del popolo come una volta. Nonostante ciò, il periodo Covid ha comportato un ritorno allo strumento musicale, probabilmente perché le persone, costretti in casa, hanno sentito l’esigenza di avere qualcosa da toccare e lo strumento va toccato, va suonato».
Per le attività come Centro Chitarre l’online si è dimostrato cruciale: «Questa strada si è aperta a un pubblico di turisti molto più ampio, ma tanti oggi prediligono acquisti in rete. Noi abbiamo un pubblico online vastissimo, più di quello fisico. Il web ci ha aiutato, altrimenti avremmo chiuso. Bisogna stare al passo coi tempi; chi non l’ha fatto ha chiuso. Anche i social ci hanno aiutato tantissimo». Anche l’artigianato è un ambito che resiste, ma va protetto attivamente: «Già lo strumento musicale è di per sé una nicchia di mercato; se un artigiano non è aiutato con i fondi non riesce ad emergere, perché costruire uno strumento musicale è costoso. Devi lottare con la manodopera delle grandi fabbriche» continua Emanuela.
È nella capacità di cogliere i vantaggi del digitale che risiede la chiave per garantire un futuro al commercio musicale. «Mi farebbe piacere che ci fossero tanti altri colleghi intorno a noi, per affacciarci all’online e far capire al mondo intero cos’è questa strada: se tornasse a venti anni fa con le possibilità di oggi, sarebbe un boom. Sarebbe unire il vecchio al nuovo». Si tratta di incanalare questo potenziale in modo intelligente, per mettere in luce le eccellenze di una città, troppo spesso sepolte da attività anonime e da prodotti privi di valore. Il commercio musicale a Napoli non è affatto morto, ci sono realtà che evolvendosi rendono giustizia a quella che per secoli è stata capitale della musica, e a una strada che, sotto l’attacco spersonalizzante di bar e movida, resiste ancora nella sua antica identità.
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