
Nella giornata inaugurale del Salerno Letteratura Festival 2023 ha reclamato il suo spazio anche la poesia – che, insieme alla musica, costella di attimi d’Incanto (è il nome dato alla sezione) un’agenda ricca ed entusiasmante, con circa centossessanta ospiti italiani e internazionali.
Tra i momenti “poetici”, la presentazione dell’antologia Napolis. Quarantadue poeti cantano la città di Partenope (Marlin Editore, in libreria dal 23 giugno) che vede comparire accanto ad autori emergenti diversi nomi affermati – per citarne alcuni, Franco Arminio, Mariano Bàino, Floriana Coppola, Franco Buffoni, Melania Panico, Marilena Renda e Ferdinando Tricarico – che hanno trovato nel capoluogo campano, nei suoi miti e nella sua storia intense suggestioni poi rese in versi. Versi raccolti e introdotti a cura di Vincenzo Salerno, docente di Letterature comparate e Storia della critica letteraria e direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca “Alfonso Gatto” presso l’Università degli Studi di Salerno.
La volontà di accostare voci e sguardi diversi che ha guidato la genesi di Napolis, con testi in italiano e in vernacolo di autori di varia provenienza dall’intera penisola, si mostra perfettamente in linea con l’intento del festival letterario salernitano. Quest’anno la rassegna, giunta alla sua undicesima edizione, prende infatti ispirazione dall’ultimo lavoro pubblicato dallo scrittore e sceneggiatore Domenico Starnone, dal titolo “l’umanità è un tirocinio”, che desidera dare nuova linfa agli scambi culturali, valorizzando l’appartenenza identitaria che nel confronto può trarre soltanto giovamento e nuovi stimoli.
La presentazione dell’antologia, moderata dai giornalisti Giovanna Di Giorgio ed Enzo Ragone, si è svolta nella cornice del Convitto Nazionale “Torquato Tasso”, istituito nel lontano 1811 e da allora rappresentativo della storia culturale – nonché della tradizione didattica – della città; nel corso dell’evento, tre dei poeti coinvolti nel progetto, Rino Mele, Giorgio Sica ed Eleonora Rimolo, hanno condiviso con il pubblico una lettura dei loro lavori.
Durante l’incontro era prevista anche la consegna del Premio Internazionale di poesia Alfonso Gatto all’artista siciliano Emilio Isgrò – anch’egli tra i poeti presenti in Napolis – poi impossibilitato a presenziare. Isgrò partecipa alla raccolta con l’opera Scalinatella, all’insegna della cancellatura, sua famosa tecnica espressiva che ha segnato l’arte concettuale e poetica del Novecento e volta a “cancellare l’inutile”; ed è proprio questo il fil rouge che lega i testi, il proposito di evitare il “già detto” e la banale retorica con cui a volte si guarda all’universo partenopeo, affidandosi a testi editi e inediti contemporanei, alcuni composti appositamente per l’antologia e ciascuno in grado di recare un’istantanea (s)oggettiva della città.
La cui introduzione è un accostamento allo spazio urbano, una passeggiata lungo il percorso del decumano maggiore, cui corrisponde in buona parte l’odierna via dei Tribunali: una fotografia di Napoli con le sue eterogenee stratificazioni architettoniche – che ne tradiscono la storia – che ha richiamato alla memoria di Vincenzo Salerno quel “corrispettivo allegorico” avanzato dal critico Francesco De Sanctis nelle pagine che indagavano la figura di Dante Alighieri. “Nell’ordito poetico-strutturale” ad opera del Poeta, ritrovava infatti la possibilità di “spaziare liberamente nell’immaginazione”: così è Napoli, e soprattutto così è la Napoli dipinta dai poeti contemporanei.
Si arriva dunque alle poesie non prima di aver ripercorso la dinamica evoluzione della letteratura napoletana tra Seicento – il secolo che, stando a Benedetto Croce, avrebbe visto la nascita della poesia in dialetto in terra partenopea – e Ottocento: un tragitto che vede compiersi, in Napoli, il plurilinguismo e la coesistenza di generi diversi, parallelamente al doppio volto di una città che reca in sé “miseria e nobiltà”, in grado di sviluppare una poesia civile e attenta ai mutamenti politici nazionali.

Evoluzione che portò lo stesso Croce a riconoscere a Salvatore Di Giacomo, autore di testi in vernacolo, il medesimo valore di autori quali Verga e Carducci; lo stesso processo che condusse Matilde Serao a condannare quelle narrazioni che, di Napoli, restituiscono un’immagine falsata. Dopo un breve viaggio nella tradizione – con De Filippo, Gatto, Ortese, Scotellaro, Rea – l’antologia svela gli autori in ordine alfabetico, iniziando con due componimenti che vedono rispettivi protagonisti Diego Armando Maradona e San Gennaro, ancora una volta a riconferma di quella stratificazione che è anche coesistenza inafferrabile di sacro e profano, tra le più tipiche sfumature di Napoli.
Una città che sa rapire – recita così Napule pecché di Peppe Lanzetta: “Napule pecché me tiene ’o musso // comme a ’na vecchia ’nnammurata ’ntussecosa // t’aggio lassato ’o core dint’ ’o lietto // tu m’he lassato ’stu dulore ’mpietto” – e alla quale si finisce per appartenere, come nei versi di Rimolo: “A volte lo sento in uno svoltare di strada,// appartiene a un passante, al suo stare // in un giorno reale: forse sono tornati // davvero gli dèi e tu non senti più il vuoto // nella pancia ma profumi di miti, stagioni // immortali”.
di Annateresa Mirabella
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