
Luca Trapanese, napoletano classe ’77, è l’attuale assessore al Welfare del Comune di Napoli. Ma per gli italiani – chi non lo conosce? – è il padre di Alba, bambina con sindrome di Down adottata nel 2018. Fino a quel momento nessuno sapeva che anche ai single è data, in talune condizioni, la possibilità di adottare un bambino.
Luca Trapanese è un uomo minuto, ma che sprigiona una forza vulcanica. La sua vicenda personale lo dimostra: al fianco dei poveri, degli ammalati, dei disabili. La storia di Luca e Alba Trapanese diventa subito un libro, “Nata per te”, e successivamente un film, diretto da Fabio Mollo e prodotto da Cattleya, uscito nelle sale il 28 settembre scorso. Abbiamo scambiato qualche battuta con Luca Trapanese su questa esperienza.
In questo senso, e non solo per la legge, Alba è tua figlia. Ma forse anche in senso più ampio. Tu non stai solo crescendo Alba, ma l’“hai fatta”, le hai dato dignità…
«Sicuramente i figli sono di chi li cresce e non di chi li mette al mondo, però io non ho dato dignità ad Alba perché lei aveva già la sua dignità che le ha dato la madre quando l’ha partorita. La madre non l’ha abbandonata in ospedale, l’ha affidata alle cure dei medici. Ed è stato il gesto più importante che Alba abbia ricevuto nella sua vita e che nessuno potrà mai superare perché le ha garantito di trovare una famiglia e di essere amata e questo va valorizzato. Una donna che decide di non essere in grado di portare avanti la maternità ma di lasciare il figlio in un ambiente sicuro è una donna che ha un alto senso di responsabilità e che merita di essere considerata come una persona di alto livello. Non si può giudicare quella scelta. E poi Alba, per me, è come se io l’avessi partorita. L’adozione è una parola che i giornalisti usano perché devono ricordare che Alba è stata adottata. Ma Alba è mia figlia dal primo giorno che è arrivata nella nostra casa e l’adozione è stata solo un mezzo».
Tu e Alba siete una famiglia, siete padre e figlia. Cosa ti senti di dire a chi contesta la tua famiglia?
«Io e Alba siamo una famiglia, una delle tantissime di questa società. La famiglia tradizionale non esiste più ma, faccio un passo avanti, io e Alba siamo una famiglia tradizionale perché alla base della nostra vita c’è l’amore: è questo quello che ci unisce a tutte le altre… La famiglia perfetta non esiste. Se noi facessimo un’indagine sociologica su come sono composte le famiglie italiane, ci renderemo conto che la famiglia tradizionale così come l’abbiamo sempre pensata, e che forse anche nei decenni passati non è mai esistita, oggi certamente non c’è più. Ci sono tanti modelli di famiglie e in un paese civile, all’avanguardia, che è uno dei sette stati più industrializzati al mondo, non è possibile che si parli ancora di famiglia tradizionale e che ci si preoccupi di garantire diritti solo ed esclusivamente a quell’unico modello. Siamo tutti italiani, Alba e io siamo una famiglia italiana e rappresentiamo una parte degli italiani. E lo dico non perché omosessuale ma perché single con una bambina adottata. Come me ci sono tanti altri uomini e don- ne, che vivono la stessa condizione. Pretendiamo di essere accolti al pari degli altri. Questo è importante perché la so- cietà è già avanti, non sta cambiando adesso, è già cambia- ta. E non è immaginabile che il legislatore non viva questo cambiamento ma pensi di retrocedere riconoscendo un solo modello di famiglia. Questo significa distruggere socialmente tanti italiani».
«Sì, anche io ho vissuto l’esperienza degli haters. Sicuramente poca perché è capitato che quando qualcuno ha cercato di attaccarci, è stato massacrato da chi ci segue con affetto. Gli odiatori sono persone alle quali non bisogna dare seguito: spesso lo fanno per attirare l’attenzione o creare confusione. I social sono importanti ed io ho cercato di utilizzarli per raccontare di genitorialità, di adozione, di un figlio disabile, di una vita imperfetta, della voglia naturale che c’è, anche in un uomo, di allevare una bambina. Ma ho cercato anche di sdoganare una serie di convinzioni e di etichette che noi italiani siamo bravi a cucirci addosso: “Sei gay, come fai ad essere cattolico? Sei maschio, come fai ad allattare una neonata? Una bambina ha bisogno della madre!”. Non è così! Essere sui social significa raccontare, entrare nella vita delle altre persone e far conoscere che non esiste una regola nell’amore, né una vita perfetta».
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