
Dalla fondazione della Magna Grecia, passando per l’influenza del latino volgare, fino alle dominazioni straniere, l’evoluzione del napoletano è stata la cartina tornasole della nostra storia politica e culturale.
Il napoletano è il primo idioma formatosi nella nostra penisola, la sua prima testimonianza scritta risale infatti al Placiti Campani del XX secolo. Divenuta lingua ufficiale del regno Aragonese nel Cinquecento, non riuscì ad imporsi a livello nazionale. Così, declassato ad una lingua alternativa all’italiano toscano, il napoletano è stato relegato a generi letterari minori. Sebbene oggi sia riconosciuto dall’UNESCO come lingua a rischio d’estinzione, parlata in Campania e nelle regioni “alto-meridionali” adiacenti, nel resto d’Italia non è mai stata considerata come tale.
L’ideologia dei movimenti nazionali -durante il Risorgimento e nel periodo fascista- ha ulteriormente stigmatizzato l’utilizzo del napoletano, in forza dell’uso esclusivo dell’italiano ufficiale. La mancanza dei diritti linguistici presenti in altre comunità bilingue, come quella Valenciana in Spagna, è una conseguenza di questa censura. Secondo il fondatore del progetto @neapxita, di cui parleremo a breve, i parlanti di lingue regionali sono ancora condizionati dagli stigmi linguistici, che impediscono loro di esprimersi liberamente; «a noi non viene data la possibilità di imparare il napoletano, perché sta attraversando ancora la fase della vergogna e dello stereotipo, in cui la lingua viene associata a uno status».
Per questo motivo, @neapxita costruisce anche un network con altre pagine simili, tentando di creare uno spazio più ampio per i dialetti locali. La pagina è finalizzata alla valorizzazione della nostra lingua, approfondendone gli aspetti lessicali, oltre a confrontarla con l’italiano e l’inglese, ma non è «un museo del napoletano, anche perché non è morto!». Il progetto vuole «smuovere le coscienze linguistiche delle persone» facendo luce sulla ricchezza culturale e storica di questa lingua, mostrando alle persone che non si tratta di una corruzione dell’italiano. Al contrario, le origini del napoletano affondano nelle radici del nostro Paese, nelle influenze straniere, negli usi e nei popoli che ci hanno preceduto, impedendo che vadano dimenticate. La rinnegazione del napoletano è una cicatrice fresca, che mostra le contraddizioni di un Paese ancora frammentato.
A Febbraio, il caso di Geolier a Sanremo ha mostrato che il lavoro di pagine come @neapxita è tanto importante quanto necessario. Ha mostrato, insomma, quello che succede ogni giorno in miliardi di luoghi, l’ha mostrato e amplificato. «Siamo abituati a sentirci dire “parla bene” o “parla italiano”. Nessuno direbbe a una persona con un accento settentrionale una cosa del genere, perché la “neutralità” di questi ultimi è costruita».
Sul lungo periodo, per la pagina ancora non c’è un progetto reale ma c’è un sogno, che è “ancora nel cassetto”. L’admin si augura che il progetto diventi più popolare in Campania, magari entrando in contatto con altre realtà locali per avere uno spazio dove organizzare corsi di lingua o letteratura napoletana. Per fare ciò, sarà necessario uscire dai social per arrivare sul territorio e parlare con le persone faccia a faccia. Un altro progetto personale che l’amministratore della pagina sta portando avanti consiste nella scrittura di una grammatica di lingua napoletana in inglese, molto differente da quelle pubblicate finora. Sta, infatti, cercando di adottare lo stesso approccio che si userebbe con una lingua moderna, evitando in questo modo anche molti luoghi comuni. Spesso le grammatiche redatte finora hanno avuto più un carattere archivistico e storico, piuttosto che pedagogico e divulgativo.
Dalle parole di neapxita emerge la volontà di vedere riconosciuti i propri diritti linguistici, indicativa dei sentimenti di una popolazione intera. I suoi progetti mostrano anche e soprattutto come l’incontro con l’Altro, con diverse esperienze di vita e organizzazioni sociali, forniscono le basi per ripensare sé stessi e alla propria comunità.
di Giovanna Di Pietro e Sara Marseglia
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