
Nel nostro Paese non esiste un registro pubblico ed aggiornato dei femminicidi ed il report del Ministero dell’Interno è fermo a luglio 2025. Il caso di Pamela Genini, uccisa il 14 ottobre, riapre la questione su una raccolta dati ufficiale che possa darci le coordinate di un fenomeno che esiste e che va combattuto.
Un altro femminicidio si è registrato a Milano il 14 ottobre ai danni della ventinovenne Pamela Genini, uccisa dal compagno Gianluca Soncin. La trama è sempre la stessa: dopo vari episodi di tensione e violenza, Pamela avrebbe manifestato la volontà di chiudere la relazione; dall’altra parte l’uomo sarebbe stato sempre più insistente.
L’epilogo purtroppo è il peggiore: Soncin ha accoltellato Pamela ripetutamente e avrebbe pianificato l’azione da almeno una settimana, procurandosi una copia delle chiavi della sua abitazione. In casa dell’uomo sono stati trovati coltelli, taglierini e strumenti simili a quello usato per il delitto.
Le aggravanti contestate, ovvero premeditazione, crudeltà, futili motivi, stalking, vincolo affettivo fanno ipotizzare che possa configurarsi la pena dell’ergastolo.
Gli ultimi dati del Ministero dell’Interno, che dovrebbe pubblicare ogni trimestre il bollettino degli omicidi volontari disaggregati per genere, risalgono al 31 luglio 2025. Fino al 2024 la pubblicazione del report ministeriale era settimanale: avere dati settimanali era molto utile per verificare l’efficacia delle politiche messe in atto.
Ora, con la cadenza trimestrale, c’è il rischio che ogni fatto venga raccontato come un caso isolato e che i dati pubblicati siano incompleti. Tutto ciò determina numerose difficoltà nell’individuazione e trattamento di un fenomeno presente nella nostra società.
Per questa ragione, organizzazioni indipendenti e osservatori civici forniscono conteggi diversi: ad esempio l’Osservatorio di Non Una Di Meno segnala circa 70 femminicidi monitorati nel 2025 e pubblica ogni mese un report aggiornato con informazioni aggiuntive. Tuttavia il lodevole impegno di queste organizzazioni non deve deresponsabilizzare le istituzioni.
La mancanza di aggiornamento pubblico costante e l’assenza di un registro unico e immediatamente consultabile rende il monitoraggio nazionale meno trasparente e tempestivo. Abbiamo bisogno dei dati per analizzare il fenomeno nel complesso e affrontarlo con strumenti adeguati.
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