
Abbiamo un disperato bisogno di poeti, ossia di personalità creatrici: uomini e donne figuratori di mondi subiettivi interiori o esteriori. Abbiamo bisogno di quei poeti capaci di insegnarci a riconoscere il valore e il significato delle emozioni, ma anche il linguaggio giusto per esprimerle. Abbiamo, ancora, un disperato bisogno di artisti e di poeti, semplicemente per capire che il mondo va guardato sempre con occhi diversi. Quasi novelli prigionieri platonici, per noi la poesia è la chiave che ci libera dalle catene della caverna (il mondo così come lo conosciamo) per spingerci a guardare fuori, là dove la luce risplende diversa.
Le mani di Susanna Barsotti svelano il mondo di un colore diverso, Blu per la precisione. Mi piace definire poetessa questa artista che si fa chiamare Limoni Blu (ma si sa, ut pictura poesis) per l’intimità delle sue opere, per l’utilizzo che fa dei colori, per certe linee precise nel dettaglio e poi sfumanti nella dimensione del sogno: quel sogno che è astrattezza nella realtà dell’interiorità, e diventa poi concretezza sulla pagina bianca. Ogni pennellata o tratto di questa artista è una parola che va a costruire la lunghezza di una frase. Ogni opera realizzata diventa un proprio discorso.
Lei stessa parla della sua arte come di un linguaggio «Questo linguaggio – quello figurativo si intende – io di gran lunga lo preferisco per esprimere qualcosa di me; che sia questo qualcosa un po’ del mio intimo, o che sia la ‘me nel mondo’. L’ho trovato congeniale negli ultimi due/tre anni, da quando – almeno all’apparenza – mi si è impigrita la vena verbale dell’espressione emozionale (parlo della gratitudine, dell’amore e dell’amicizia, ma anche del risentimento, della protesta e di tutto ciò che sta nel mezzo che non è sempre necessariamente virtuoso), e mi è esplosa senza troppo controllo la tempera (l’acquerello in realtà) sui fogli».
Susanna Barsotti è una giovane artista e dottoranda in discipline letterarie presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, classe 1991. Ama dipingere fin da quando era piccola e ama leggere, e leggendo ha amato figurarsi le immagini della letteratura e rappresentarle. Grazie ad esse ha allestito mostre e ha esposto le sue tavole in gallerie importanti. L’ultimo lavoro è stato “Dante in blu”, ciclo di 23 acquerelli esposto alla Villa Bertelli di Forte dei Marmi. Una serie di opere tratte della Commedia, con particolare attenzione alla cantica centrale del Purgatorio: un tempo emozionale di ansia e rinnovamento, prima dell’ingresso in Paradiso, che ben si sposa con la poetica del blu, ovvero con la dolce malinconia di Susanna. Figura e parola si sintetizzano armoniosamente nei suoi acquerelli. Il piacere estatico che ne deriva è insieme visivo ed emozionale.
Ho scoperto l’artista Susanna grazie alle sue opere e ho voluto che si presentasse sulle pagine di Informare per dare a voi lettori la possibilità di conoscerla e apprezzare il suo lavoro.
Susanna, raccontaci un po’ di te e della tua passione per la pittura…
«Ho sempre avuto una passione per l’arte. Da piccola disegnare era il mio unico gioco, non riuscivo a fare altro. Era un’inclinazione naturale. Ma sono un’autodidatta, infatti i miei studi mi hanno portata in tutt’altra direzione, verso la mia seconda passione, che è quella per la letteratura. Non ho frequentato il liceo artistico e neppure l’accademia. Forse in futuro mi dedicherò alla mia formazione in questo senso.
Nel tempo, la passione per il disegno l’ho accantonata a causa degli impegni di studio e di lavoro. Successivamente, nel 2017, quando parallelamente agli studi universitari lavoravo in gelateria, i miei colleghi di lavoro vollero regalarmi per la festa di laurea una scatola di acquerelli professionali. Un regalo che mi colpì perché loro non erano a conoscenza della mia passione. Forse, qualche volta, erano rimasti colpiti da certi miei aspetti creativi sul lavoro, non so. Così ho ripreso a dipingere e a frequentare l’arte.
In passato avevo sperimentato altre tecniche, come le matite e l’olio, ma non mi sono trovata mai così bene come con l’acquerello, che invece è una tecnica particolarissima e non richiede necessariamente una preparazione accademica. L’acquerello rappresenta semplicemente la voglia di esprimersi con i colori. Era veramente quello che faceva al caso mio, dal momento che mi sentivo predisposta all’espressione coloristica».
Nella maggior parte delle tue opere il Blu, nelle sue diverse tonalità e sfumature, è il colore che predomina. Ci spieghi perché questo colore è così importante per te?
«Il Blu storicamente è uno dei colori che più ha affascinato l’essere umano. Esiste un bellissimo saggio di Michel Pastoureau sul Blu e sulla sua storia. È un colore metaforicamente abusato. Significa tutto: il mare, il cielo, l’acqua, Dio; ma anche la notte, la tristezza, la malinconia. Io come spettatrice sono sempre rimasta affascinata dalle sue manifestazioni nella storia dell’arte. Per me questo colore rappresenta l’aspetto più sognante, fumoso, onirico. Rappresenta le mie inclinazioni, la mia personalità. È un colore un po’ malinconico e la malinconia la sposo volentieri per rappresentare alcuni miei soggetti. È anche il colore degli affetti: l’ho sperimentato con la mia mostra su Dante, “Dante in blu”, è stato il colore della carezza, del gesto, della fiducia di Dante in Virgilio e nelle anime incontrate. È diventato, qui, un colore caldo: il colore dell’affetto e della vicinanza. Mi piace questa sua molteplicità valoriale, ma principalmente mi piace il suo aspetto onirico.
È, insomma, il colore della poetica che ho scelto».
Ci hai parlato di “Dante in blu”, ma non è la prima volta che realizzi tavole partendo dalla lettura di un classico letterario. In che modo l’arte figurativa e l’arte letteraria dialogano nella tua esperienza di artista?
«In questo tipo di illustrazioni si congiungono le mie due anime: la passione di studiosa della letteratura, di lettrice soprattutto, e quella di illustratrice. Ho cominciato a congiungere queste due passioni grazie alla lirica dei trovatori; io sono una provenzalista. Ho cominciato realizzando haiku illustrati, cioè estrapolavo dalla lirica di un trovatore pochi versi, e da quei versi cercavo di trarre un’immagine di supporto. Lo sforzo sta nel cogliere nel testo le immagini più efficaci ed espressive. In questo senso, Dante si presta tantissimo alla figurazione. Dante è l’autore della nostra letteratura maggiormente illustrabile perché utilizza nella sua poesia tantissime immagini, metafore, paragoni, supporti visivi alla sua narrazione in versi. Ho cercato di fare lo stesso con l’Orlando furioso di Ariosto, ma qui il lavoro è stato più complesso ed impegnativo perché gli episodi non sono così icastici da un punto di vista figurale. Ho dovuto, io lettrice, immaginare le scene e cercare di realizzare ciò che avevo immaginato».
Nel tuo lavoro è dunque fondamentale quel principio di visibilità espresso da Calvino nelle sue “Lezioni americane”. Credi che nel mondo dei media, quale è quello odierno, questo principio abbia perso parte della sua forza?
«Tutto ha a che fare con l’esercizio della fantasia della persona. La fantasia la si sviluppa sin da piccoli, attraverso i giochi. Successivamente, ognuno segue le proprie inclinazioni personali e la stimola in modi differenti. Io, per stimolarla, quando ero piccola, mi riservavo molto tempo per immaginare, fantasticare, creare un mio mondo, e tutto questo appoggiava il mio disegno. Questa mia tendenza non so francamente quanto sia stata indotta da tempi, luoghi e persone.
Sicuramente oggi, con l’uso dei social, abbiamo un accesso all’immagine molto più semplice. L’immagine è intorno a noi. Non so quanto questo aiuti la figurazione mentale, anzi, forse la vanifica, perché le immagini diventano così molto più scontate.
Calvino quando parla della fantasia ci dice che prima di scrivere dava avvio al suo cinema mentale: creava personaggi e immaginava le scene, le situazioni, i dialoghi. Per dare luogo a questo processo, secondo me, è necessaria, oggi, una negazione dell’immagine, ovvero fare in modo che questo processo non sia inquinato da immagini preesistenti. È necessario un po’ di sforzo».

«Per arte letteraria bisognerebbe innanzitutto fare una distinzione. Tendo a trovare molta forza espressiva nella poesia, e nella poesia lirica in particolare. La mia anima tende a privilegiare la poesia lirica. Le due arti si sa, ut pictura poesis, possono essere messe sullo stesso piano. Io forse ritrovo maggior potenza espressiva nella rappresentazione intima degli affetti, dell’amore, del dolore; ma non saprei dirti quale arte ha più senso per me. L’arte figurativa ultimamente mi affascina molto, nelle vesti della scultura. Recentemente ho fatto un viaggio in Portogallo e le figure scolpite del Quattrocento e del Cinquecento mi hanno offerto molte suggestioni, molto materiale su cui lavorare. Ora lavorerò a questo progetto».
di Nicola Iannotta
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