
Nelle stanze dei pazienti, i letti regolabili sono coperti da lenzuola bianche e ordinate. L’odore è un misto familiare di disinfettante, detergente e una leggera nota di medicinali, che pregna l’aria come un promemoria costante della battaglia quotidiana contro la malattia. Qua e là, il suono di un campanello di chiamata si mescola ai beep ritmici dei monitor.
Ogni azione, ogni movimento risulta un pezzo di un mosaico più grande: un’umanità che si prende cura di se stessa attraverso le mani esperte di chi indossa una divisa. Qui, tra le speranze e i silenzi che colorano i muri di ogni ospedale, abbiamo incontrato Maria (nome di fantasia), una studentessa del secondo anno di infermieristica all’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Un incontro teso a comprendere come avviene lo sfruttamento dei tirocinanti infermieri in Italia
A discapito di ogni previsione, Maria ci introduce in un mondo fatto di gerarchie e sudditanze in cui la sua figura, ancora in formazione attraverso un tirocinio, si inserisce e si appresta a fissarsi in schemi già conosciuti da chi è infermiere da un po’ di anni. «Dal secondo anno, siamo praticamente infermieri – afferma Maria, con una voce orgogliosa -. Facciamo quasi tutto, tranne alcune mansioni specifiche. Eppure, continuiamo a essere trattati come se il nostro lavoro fosse meno importante. Il nostro tirocinio non è pagato, mentre quello degli specializzandi sì. È frustrante».
Una situazione, quella descritta dalla tirocinante, figlia di un’ottica politica che non vuole disporre le risorse nel modo giusto. Alla mancata retribuzione si aggiungono le carenze strutturali del personale. Non si riscontra la volontà di sovraccaricare i tirocinanti, ma è la necessità pratica a costringere l’organizzazione dei reparti in questo modo.
«Ho notato che la carenza di personale colpisce soprattutto noi infermieri e gli operatori socio-sanitari. Non ho mai visto un medico svolgere un compito infermieristico, nemmeno quando siamo sottorganico durante un turno. Anche se il reparto sta scoppiando, possiamo essere certi che un medico non risponderà mai a un campanello, e lo stesso vale per le altre figure professionali. Noi siamo solo infermieri, loro sono medici. Questo è il ragionamento che si formula mentre i pazienti continuano a chiedere un’assistenza di qualità».
In Italia mancano 65mila infermieri e si registra il 10% in meno di iscrizioni ai corsi di laurea. Ci si chiede il perché. A darci una possibile risposta è Maria, che ci spiega l’organizzazione che vive nella sua università. «Io ho spesso lezione dalla mattina fino a sera. Il tirocinio inizia durante la sessione ed è estremamente stressante anche se hai già studiato. Non hai tempo e questo ti crea una forte ansia. Una questione che di sicuro peggiora il tutto è l’assenza al tirocinio quando vai a sostenere l’esame. Non ti rispondono neanche se chiedi il motivo ed è snervante perché io vado all’università, mica sto a casa a dormire. Ovviamente le ore che perdi devi recuperarle».
Si tratta ormai di una professione non più allettante come lo era un tempo. Di fronte a queste osservazioni e a questi dati chiediamo a Maria se la sua categoria si avverte abbandonata dallo Stato. «Io sono anche una studentessa, ma posso rispondere di sì. Nei reparti in cui sono stata non ho mai incontrato un solo infermiere che mi dicesse “Che bella la mia professione. Sono contento che questo sarà il tuo futuro”. Anzi, hanno sempre chiesto “ma chi te lo fa fare? Siamo sottopagati e neanche tutelati” e ammetto che è avvilente e che in parte può influenzarti perché accade ogni singolo giorno».
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