
Ogni anno centinaia di ragazze nigeriane, rumene, ucraine, albanesi arrivano in Italia. Scappano dai debiti, da un paese in guerra, dalla loro terribile realtà e guardano all’Italia come ad un nuovo luminoso inizio. Viene promesso loro un buon impiego, magari come cameriere o cassiere, ed una vita tranquilla. Invece il giorno in cui arrivano tutto cambia, le ragazze vengono ricattate, minacciate e si trovano improvvisamente strette in una morsa da cui è difficile liberarsi: la tratta degli esseri umani. A dir degli aguzzini, devono ripagare l’ingente somma che gli è stata “generosamente” offerta per raggiungere l’Italia, e sono costrette a saldare il debito attraverso la prostituzione forzata sotto maltrattamenti e minacce di qualsiasi tipo.
L’Italia rappresenta ancora una delle principali destinazioni finali per la tratta degli esseri umani, di cui l’80% delle vittime sono donne. Solo nel 2016 sono sbarcate in Italia più di 11.000 donne Nigeriane e l’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni) ritiene che circa l’80% di queste siano state trafficate.
A Caserta nel 1995 per aiutare le ragazze provenienti dalla tratta fu fondata da tre suore Orsoline Casa Rut, un centro d’accoglienza per donne migranti. Alle ragazze veniva fornito vitto e alloggio, questo le faceva sentire protette, ma ancora mancava qualcosa: l’integrazione lavorativa che permettesse alla donna di rialzarsi e guardare in faccia al futuro con coraggio, di reagire e riprendersi la propria vita.
Così nel 2004 nacque la cooperativa New Hope come sartoria etnica e gemmazione di Casa Rut. Al tempo New Hope aveva sede nel secondo centro di accoglienza di Casa Rut, costituito da un piccolo appartamento di appena due stanzette in cui le ragazze convivevano mentre erano alla ricerca di un lavoro e dell’indipendenza. Stanza dopo stanza è nato il laboratorio, la cooperativa si è allargata ed al giorno d’oggi la sartoria si è spostata in un locale che affaccia su una traversa di via Acquaviva. Inoltre, New Hope si è ampliata ulteriormente attraverso un piccolo negozio a via Redentore ed un sito online dove è possibile acquistare tutti i prodotti.
«Ci mettemmo all’opera quando in quegli anni Giuliana Martirani, una nostra amica, ci propose di produrre 1000 borse simili a cartelline per un convegno sull’immigrazione» – afferma la direttrice di New Hope Mirella Macovei. «All’inizio pensavamo di rifiutare, sembrava un’idea improponibile perché non solo non avevamo alcuna esperienza, ma in aggiunta non sapevamo cucire affatto. Proprio quell’anno, però, si unì a noi una ragazza moldava, era una stilista e senza pensarci troppo disse che avremmo subito dovuto accettare, questo rianimò il gruppo e decidemmo di cogliere la sfida. Ricordo che fu molto duro all’inizio, dovette insegnare a tutte noi e ovviamente prima non disponevamo di tutti quei macchinari industriali che facilitano i lavoro, quindi dovemmo imparare a cucire con delle piccole macchine in plastica».
«Le ragazze prima di venire da noi trascorrono un lungo periodo a Casa Rut» – prosegue Mirella Macovei. «Dobbiamo dare loro il tempo di riprendersi e di trovare una propria dimensione. Sono ragazze che hanno sofferto molto e hanno visto troppo, necessitano di momenti di tranquillità per comprendere che la vita può essere diversa da ciò che è stato, che tutto può cambiare e che non devono più avere paura.
Molte di noi non hanno una famiglia, così siamo diventate sorelle l’una per l’altra e questa solidarietà ci ha aiutato ad affrontare i nostri problemi e soprattutto a vivere. Qui, infatti, non c’è spazio per pensare egoisticamente, ognuna di noi ha incontrato qualcuno di importante che ci ha preso per mano e ci ha aiutato a rinascere e noi tutte abbiamo lo stesso compito. Non nego che questo sia faticoso, soprattutto agli inizi, ma siamo un gruppo che decide insieme e che condivide tutto, gioie e fatiche».
«New Hope offre alle ragazze un ambiente che le comprende, ma che non guarda a loro come “poverine che non possono reagire”» – afferma Mirella Macovei. «Insomma: non c’è alcun bisogno di quello sguardo dall’alto verso il basso che fa sentire piccoli e impotenti, ma di occhi che guardano a te come una persona dignitosa capace di essere indipendente. Per questo la cooperativa offre una formazione professionale, per ridonare dignità attraverso l’autonomia che il lavoro permette di avere. Noi non chiediamo beneficenza, vogliamo che i nostri prodotti siano apprezzati per la loro qualità e per la loro bellezza».
Il tessuto con cui sono realizzati la maggior parte dei prodotti di New Hope è il Wax, termine utilizzato per indicare tutti quei tessuti in cotone con fantasie sgargianti attributi ai paesi africani. «La speranza dietro alla scelta del Wax era quella di fare sentire a casa le ragazze, dal momento che la maggior parte di loro sono africane. Volevamo che, entrando nel laboratorio, potessero vedere i tessuti della loro cultura, le stampe della loro infanzia, volevamo un ritorno alle origini» – afferma Mirella Macovei. Il Wax è meraviglioso perché i decori che vengono utilizzati raccontano una storia, la storia della donna che ha lavorato con le proprie mani per la realizzazione di quel prodotto. Il Wax è un tessuto poetico che trasuda unicità e emozione e si trasforma nella tela dove le donne di New Hope raccontano loro stesse».
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