
Alcuni parlano di un artista. Altri ti mostrano delle anime. “Nino. 18 giorni” di Toni D’Angelo fa entrambe le cose, e poi qualcosa in più: è la mappa di una città che cambia, un bianco e nero che diventa colore sotto la mano di chi la conosce dall’interno. Toni si mette dietro la macchina, non per celebrare Nino come un idolo, ma per ritrovare un uomo chiamato Gaetano, “A’semmenzell di San Pietro a Patierno” che prima ancora di diventare Nino D’Angelo era figlio, compagno, padre, sogno e fatica. Il documentario prende il pretesto dei diciotto giorni, il periodo simbolico che segna una distanza iniziale fra padre e figlio e lo allarga, come una lente che ingrandisce memorie, errori, piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, dicono più di qualunque biografia ufficiale.
Il tono del film non è apologetico. Toni non è uno che finge obiettività per rafforzare la narrazione: è un figlio che si concede il lusso e la difficoltà di guardare. Non c’è il santino del divismo, ma il ritratto di un uomo che ha attraversato gli anni ’80 come un treno di popolarità, e che li porta ancora addosso come cicatrici e canzoni. Ci sono immagini d’archivio, il sudore delle sale prova, l’intimità dei ricordi, ma anche dialoghi a bassa voce, battute che rivelano affetto e rancore nello stesso respiro. È un film che riconosce il personaggio pubblico e poi scava: «Per anni ho nascosto di essere suo figlio», confessa Toni, e quella frase apre il film come una porta che non si richiude.
La scelta di raccontare “Gaetano dietro Nino” è l’atto più politico del documentario. In tempi in cui la memoria si compra a colpi di clip virali e frammenti, Toni riannoda fili: la famiglia, il quartiere, le fatiche, la gente che applaudiva nelle piazze. Non ignora la Napoli degli stereotipi: la camorra, la fame, il caschetto e il melodramma ma non si ferma lì. Cerca le pieghe intime, quelle che trasformano una voce in un destino e una città in un personaggio. Il risultato è un ritratto che fa a pezzi la figura monolitica dell’icona e restituisce un uomo che si prende cura della sua memoria come di un giardino: pota, semina, a volte lascia crescere l’erba alta perché dica qualcosa.
E poi c’è Napoli: non la cartolina, ma la città che cambia sotto i piedi di chi resta. “Nino. 18 giorni” è anche un piccolo atlante sentimentale di Napoli, dalle strade di Casoria e San Pietro a Patierno ai palcoscenici internazionali. Toni passa dai vicoli ai backstage, mostra come le stesse canzoni acquisiscano sapori diversi a seconda che le ascolti in un bar di quartiere o in teatro sold out. Nel film si percepisce la distanza tra la Napoli che ha forgiato Nino una città più ruvida, più collettiva, più fisica, e quella di adesso, mediata dal turismo, dalla telecamera continua, dagli stereotipi che circolano veloci. Ma non è un lamentarsi: è un racconto che somiglia a una conversazione a tavola dopo troppo vino, fatta di ricordi, rimpianti e improvvisi lampi di tenerezza.

C’è anche uno sguardo sulla popolarità e sulla sua ambigua promessa: il canto delle folle porta soldi e attenzione, ma può anche creare distanza, equivoci, un’ombra tra padre e figlio. Toni lo racconta con la distanza di chi è stato, per un pezzo della vita, “figlio di” e ha cercato la propria identità altrove, un po’ per orgoglio, un po’ per pudore. Il rispetto, quando arriva, è spesso una rivoluzione silenziosa: non è mettere l’icona al centro, ma restituirle la sua carne e le sue omissioni. Il regista costruisce scene che somigliano a confessioni casuali, lampi che valgono più di pagine di critica.
Se il film funziona è perché non tradisce la complessità dei suoi protagonisti: non ci sono buoni e cattivi, solo persone che cercano, sbagliano, amano. Toni chiede al padre il permesso di entrare nella sua vita e, allo stesso tempo, si concede il permesso di dirgli la verità. È cinema che ha il sapore della vita vissuta, con l’urgenza di chi vuole capire prima che il tempo cancelli tutto. E in questo scavo generazionale si riconosce anche una Napoli vera, fatta di suoni strappati, di voci che si cantano addosso e di una capacità di resistere che è forse l’eredità più grande di Nino D’Angelo.
Alla fine, non rimane né la figura del cantante, né quella del padre: resta l’idea che la memoria, privata e collettiva, sia il tesoro più ricco che abbiamo. Toni lo sa, e ce lo porge senza filtri, con la delicatezza di chi, alla fine, ha chiuso un cerchio, quella porta con la quale ha aperto il docufilm, porta di una storia rumorosa, contraddittoria, tenera. Un ritratto umano, necessario, che parla a chi ha vissuto Napoli e a chi la guarda da fuori, con la stessa nostalgia di chi rientra a casa dopo anni e trova la cucina ancora calda che profuma di caffè.
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