
Negli ultimi anni l’islam è diventato uno dei temi più discussi nel dibattito pubblico europeo. Questioni legate alla libertà religiosa, ai diritti delle donne e alla sicurezza vengono spesso affrontate, generando confronti politici e culturali molto accesi. Il recente caso che ha coinvolto l’eurodeputata leghista Silvia Sardone e una donna che indossava il niqab (il velo che lascia visibile solo gli occhi). Ha riportato al centro dell’attenzione diverse tematiche, sollevando interrogativi sul confine tra critica politica, libertà e rispetto delle minoranze religiose.
Silvia Sardone, eurodeputata della Lega eletta nel 2024, si occupa da anni di immigrazione, sicurezza e integrazione delle comunità straniere in Italia. In un video sui social, un’eurodeputata segue e riprende con il telefono una donna in abiti islamici, rivolgendole domande invasive sul suo abbigliamento. Durante la registrazione, l’eurodeputata sostiene di avere il diritto di filmare in uno spazio pubblico e di poter “fare i video che vuole” perché si trova “ancora in Italia”. Tuttavia, in Italia, la diffusione delle immagini è soggetta ai limiti previsti dal diritto all’immagine e dalla normativa sulla privacy. La legge stabilisce che il ritratto di una persona non possa essere esposto o diffuso senza consenso, salvo specifiche eccezioni. Inoltre, l’identificazione formale delle persone rientra nelle prerogative delle forze dell’ordine e degli altri pubblici ufficiali autorizzati dalla legge.
La donna, dal canto suo, rivendica il diritto di circolare liberamente e di vestirsi secondo le proprie convinzioni. Il confronto si intensifica quando l’eurodeputata mette in dubbio la possibilità di identificare una persona che indossa il niqab. Tuttavia, la legge n.152 del 1975 vieta l’uso di mezzi che rendano difficile il riconoscimento nei luoghi pubblici senza un giustificato motivo. Ciononostante, la giurisprudenza italiana riconosce generalmente le motivazioni religiose come valide, purché la persona si identifichi su richiesta delle autorità. Per questo motivo, il niqab non è vietato in modo generale in Italia. La questione resta oggetto di dibattito: alcuni ritengono che il velo integrale ostacoli l’identificazione, mentre altri ricordano che la Costituzione tutela la libertà religiosa e il diritto di manifestare le proprie convinzioni nel rispetto delle leggi.
Episodi di questo tipo devono essere condannati con fermezza, poiché il confronto democratico deve basarsi sul rispetto della dignità delle persone e non su umiliazioni. La tutela della libertà individuale non passa attraverso la delegittimazione di chi esercita liberamente le proprie scelte, ma attraverso il riconoscimento reciproco dei diritti. La difesa della laicità richiede argomentazioni, dialogo e rispetto, evitando offese verso le convinzioni religiose altrui. Allo stesso modo, il richiamo ai valori e all’identità nazionale non può essere usato per escludere o intimidire chi appartiene a tradizioni diverse. Difendere i principi democratici significa garantire a tutti il diritto di esprimere la propria identità nel rispetto delle leggi e della dignità umana. È necessario contrastare ogni forma di discriminazione e impedire che comportamenti di questo genere vengano considerati normali o accettabili nel dibattito pubblico.
Le origini della diffidenza nei confronti dell’Islam affondano in secoli di rapporti complessi tra Europa e mondo musulmano, caratterizzati da scambi culturali ma anche da rivalità politiche e militari. Durante il Medioevo, le Crociate contribuirono a rafforzare rappresentazioni reciproche spesso fondate sull’idea di uno scontro tra cristianità e Islam. In seguito, durante l’espansione coloniale europea tra Ottocento e Novecento, il rapporto di potere tra Europa e società musulmane influenzò il modo in cui queste ultime venivano descritte. Molte narrazioni coloniali presentarono il mondo islamico come “arretrato” o incapace di modernizzarsi, giustificando così il dominio europeo. Tuttavia, questi stereotipi non rappresentavano la complessità delle culture, delle storie e delle società musulmane.
Il termine “islamofobia” si è diffuso soprattutto negli ultimi decenni per indicare l’insieme di pregiudizi, discriminazioni e atteggiamenti ostili verso i musulmani o persone percepite tali. Oggi gli studiosi analizzano il fenomeno come ostilità religiosa e razzismo culturale basato su origine, abbigliamento o identità.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, numerosi studi hanno registrato un aumento della diffidenza verso le comunità musulmane in diversi paesi occidentali. Organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali hanno documentato episodi di discriminazione nel lavoro, nell’accesso ai servizi e nella vita quotidiana. Gli studiosi sottolineano tuttavia la necessità di distinguere tra la critica legittima a idee, pratiche o istituzioni religiose e la discriminazione verso individui appartenenti a una determinata fede.
L’uso del velo è una pratica molto più antica dell’Islam. La copertura del capo femminile è documentata in diverse civiltà antiche e ha avuto significati diversi: religioso, sociale, culturale o legato allo status della persona. Le prime testimonianze scritte risalgono alla Mesopotamia del II millennio a.C., dove, nelle leggi assire, il velo indicava la posizione sociale: alcune donne libere dovevano portarlo, mentre schiave e prostitute non potevano farlo. Anche nelle società greca, romana e bizantina esistevano forme di copertura del capo femminile, spesso associate a modestia, rispettabilità, matrimonio o appartenenza sociale. Con la nascita dell’Islam nel VII secolo d.C., il velo entrò in un nuovo contesto religioso: il Corano parla di modestia, ma le interpretazioni variano nel tempo.
Per questo, oggi, esistono diversi tipi di velo: l’hijab copre capelli e collo, il niqab copre anche il volto lasciando visibili gli occhi, mentre il burqa copre completamente corpo e volto. Non tutte le donne musulmane lo indossano e il suo significato varia molto.
Le motivazioni che portano una donna a indossare il velo sono molteplici. Per alcune è un’espressione della propria fede religiosa, per altre è un elemento culturale o identitario, altre lo considerano una scelta personale e un modo di manifestare i propri valori. Esistono però anche situazioni in cui il velo può essere imposto attraverso pressioni familiari, sociali o politiche. Il dibattito contemporaneo si concentra, quindi, soprattutto sul rapporto tra velo e libertà individuale. Per comprendere questo fenomeno è necessario considerare il contesto storico e ascoltare le esperienze delle donne coinvolte, evitando interpretazioni semplicistiche.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...