
In occasione dell’uscita della serie tv Rai “Noi del rione Sanità”, abbiamo intervistato Don Antonio Loffredo, il cui operato ha ispirato la serie. Padre Antonio, nella serie Don Giuseppe Santoro -interpretato da Carmine Recano – è un prete visionario e intraprendente. Ha dedicato la sua vita ai ragazzi del Rione Sanità, con coraggio e fede li ha guidati verso la bellezza, la cultura e l’arte, trasformandole in strumenti di riscatto personale e collettivo. Da molti il suo operato è stato definito il “Miracolo del Rione Sanità”, ma don Antonio non è d’accordo.
«La parola miracolo è troppo grossa, è impropria. Il miracolo è qualcosa che arriva dall’esterno, presuppone un intervento dall’alto. Questa invece è la storia di un riscatto che parte dal basso. Più di miracolo parlerei di prodigio». Così risponde Don Antonio quando gli si chiede del suo operato al Rione Sanità. Si tratta di una storia di riscatto collettivo nato dalla disperazione, dalla voglia di ribellarsi ad un destino già scritto. La sanità, fino a qualche anno fa, era un quartiere tristemente conosciuto unicamente per la criminalità e il degrado. Nei primi anni Duemila, al suo arrivo nel quartiere, Padre Antonio si ritrova davanti un’umanità disperata, costretta a vivere senza alternative. «Quando sono arrivato qui la prassi era la ritirata: si chiudevano chiese, le case, le catacombe. Ero solo, con cinque parrocchie. O si continuava a chiudere tutto, oppure si provava a fare il contrario: vedere le piaghe come risorse. Così abbiamo iniziato a pulire, riaprire, vivere i luoghi. Fare le cose che sembravano inutili. Ma a noi l’inutile piace, perché è ciò che nutre il cuore» ci racconta.
In questo modo Padre Antonio combatte lo stupido pregiudizio della cultura come lusso: riapre le chiese, le abita, le riempie di musica e di arte. «Come la povertà genera criminalità, così la cultura genera lavoro. È un effetto naturale». E, partendo da questa idea, nel 2006, con sei ragazzi, fonda la cooperativa “La paranza”. È proprio grazie al lavoro della cooperativa che don Antonio Loffredo e i suoi ragazzi hanno cambiato la visione del Rione Sanità e la percezione del quartiere. Nel 2008 si aggiudicano la gestione delle catacombe di San Gennaro, recuperando il sito e rendendolo di nuovo visitabile: è l’inizio della rinascita.
Oggi i numeri raccontano una realtà profondamente diversa, quei 6 giovani sono diventati più di 60 e dall’esperienza della cooperativa è nata la “Fondazione di comunità San Gennaro”. Una realtà che promuove la cultura del dono e la collaborazione fra le persone che ad oggi vanta 6 mila mq di opere d’arte e luoghi recuperati e 3,5 mln di euro di fondi raccolti per i progetti al Rione Sanità. Ma è un orizzonte in continua espansione: «Sono partito con un manipolo di adolescenti che nemmeno avevano finito gli studi superiori. E oggi, molti di loro hanno fatto un percorso straordinario di crescita. I ragazzi hanno pensato a un nuovo progetto che riguarda non più solo la Sanità, ma l’intero centro storico di Napoli» continua Padre Antonio. Il progetto si chiama Museo Diocesano Diffuso, la cui missione è restituire alla città il suo patrimonio artistico-religioso, creando opportunità di lavoro per i giovani.
Interrogato sull’esistenza della camorra e sul come contrastarla, don Antonio risponde: «Certo che esiste. Si trasforma, si mette il colletto bianco. Dobbiamo essere vigili e alzare sempre il muro. Il grandissimo lavoro da fare è quello di crescere le nuove generazioni che non hanno bisogno della camorra». Costruire alternative, riconquistare gli spazi, fare per la gente: questo il rimedio. «Gli scontri ci sono stati, anche con la Chiesa. Nella fiction il mio “nemico” è un camorrista, ma nella realtà il male si manifesta in molti modi: burocrazia, cinismo, ipocrisia». Secondo don Antonio, nella Chiesa ci sono sempre state due anime: quella del potere e quella degli ultimi. A volte, la prima ha manipolato il messaggio di Cristo fino a renderlo irriconoscibile. Un prete che impone, che giudica, che toglie la libertà è lontanissimo da Gesù Cristo: «Io non sono vicino alla gente perché sono moderno o sono pop. Cerco solo di riportare il messaggio del Vangelo alla sua semplicità originaria: camminare insieme agli esseri umani».
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