
«La mia infanzia è stata una guerra silenziosa». Maria, nome di fantasia, ha 25 anni e abita a Caserta, parla con voce ferma. Ma ancora echeggia il dolore di una bambina che ha imparato troppo presto a badare a se stessa. «Mio padre era un fantasma, mia madre una bomba ad orologeria. Ricordo le urla, i piatti che volavano…». La sua storia, come quella di Marco, nome di fantasia, 22 anni, di Castel Volturno, è un viaggio attraverso le ferite di chi cresce in una famiglia disfunzionale, un luogo che dovrebbe essere rifugio e invece si trasforma in un contesto complesso.
Le loro testimonianze, raccolte con fatica e delicatezza, sono sicuramente difficili da accettare. Ma la loro realtà ci fa aprire gli occhi: parlano di assenze, di silenzi, di conflitti che si consumano tra le mura di casa, lontano dagli sguardi indiscreti del mondo. Eppure, queste storie non sono isolate. Sono il riflesso di un malessere più ampio, che affonda le radici in un contesto territoriale segnato da difficoltà economiche, disoccupazione e una cultura che spesso normalizza il disagio.
Maria racconta di un padre assente, schiacciato dalla frustrazione di non riuscire a trovare un lavoro stabile, e di una madre incapace di gestire la propria rabbia. «A Caserta certe cose succedono un po’ in tutte le famiglie», dice, come se volesse giustificare l’ingiustificabile. Ma la verità è che crescere in un ambiente del genere lascia cicatrici profonde. «Mi ha distrutto, punto e basta», ammette. «Ho imparato a non fidarmi di nessuno, a tenere tutto dentro. A scuola ero brava, ma solo perché studiavo per scappare, per evadere da quella casa che sembrava più una prigione. Il risultato? Oggi ho serie difficoltà a relazionarmi e a fidarmi degli altri, sia in amicizia e sia da un punto di vista sentimentale».
Marco, invece, parla di un nucleo familiare che «in realtà non esiste». A Castel Volturno, dove il senso di comunità è spesso assente, la sua famiglia è stata un deserto affettivo. «Non c’era un rapporto tra i miei genitori, e questo ha portato a un totale disinteresse per la mia crescita», racconta. Vittima di bullismo, non ha mai potuto confidarsi con i genitori per paura di creare tensioni. «Ho sempre avuto un blocco nel parlare con gli altri, perché non ero abituato a farlo in famiglia».
Queste storie non sono solo il racconto di due giovani, ma il sintomo di un problema più grande. Lo conferma il Dottor Elpidio Cecere, psicologo, che definisce la famiglia disfunzionale come un nucleo in cui «le dinamiche interne non permettono un sano sviluppo emotivo, psicologico e sociale dei suoi membri». Le cause, spiega, sono molteplici: traumi non elaborati, disfunzioni emotive dei genitori, disturbi mentali non trattati. Ma c’è anche un fattore socioculturale: «In contesti come Caserta e provincia, la difficoltà economica e la mancanza di supporto comunitario aumentano lo stress familiare», sottolinea Cecere.
«Quando un genitore non riesce a gestire le proprie emozioni o ha vissuto esperienze traumatiche, è molto difficile che possa fornire una base sicura e stabile per i propri figli», aggiunge lo psicologo. E il risultato è un ambiente familiare che, invece di essere un luogo di crescita, diventa una fonte di insicurezza e stress. «Le persone spesso non riescono a soddisfare i bisogni affettivi, educativi o pratici dei membri, creando un circolo vizioso di disfunzione».
Le parole di Maria e Marco, insieme all’analisi dello psicologo, dipingono un quadro ostico e arduo, ma non privo di speranza. Perché se è vero che le famiglie disfunzionali lasciano ferite profonde, è anche vero che queste ferite possono essere curate. E proprio su questo si concentra l’attività dell’Ambulatorio Giovani Adulti dell’ASL di Caserta, un luogo dove i giovani come Maria e Marco potrebbero trovare ascolto e supporto.
Stiamo parlando di un servizio messo a disposizione dell’ASL di Caserta – Dipartimento Salute Mentale con sede a Via Roma 155. La crescente preoccupazione per il malessere giovanile ha portato a un incremento della domanda di supporto psicologico, per l’ASL di Caserta che risponde attivamente a questa emergenza. Il servizio – gratuito – dedicato ai giovani adulti è diventato un punto di riferimento fondamentale per chi cerca aiuto. Noi di Informare ci siamo interessati alle attività di questo ambulatorio parlando con il Dirigente Responsabile Gaetano De Mattia e le dottoresse Luana Sergi e Anna Suraci, rispettivamente psichiatra e neuropsichiatra infantile. «Abbiamo pensato di partire dai 16 anni perché, così come si è anticipata l’adolescenza, si è anche ritardata l’età adulta». L’Ambulatorio Giovani Adulti, attivo dal gennaio 2024, è nato per rispondere alle esigenze di una fascia d’età spesso trascurata: quella dei ragazzi tra i 16 e i 25 anni.
I numeri parlano chiaro: su 86 pazienti presi in carico da gennaio 2024 a febbraio 2025, l’83% ha un’età compresa tra i 16 e i 25 anni. Di questi, 70 hanno avuto accesso diretto all’ambulatorio. Di questi 70, 14 vengono accompagnati dai genitori. «Molti di loro arrivano con problematiche legate all’ansia, alla scarsa autostima, ma spesso dietro questi sintomi si nascondono dinamiche familiari disfunzionali», spiegano le dottoresse.
«La famiglia è un elemento cruciale, sia nella genesi del problema che nella sua risoluzione», aggiunge la dottoressa Luana Sergi, neuropsichiatra infantile. «Spesso ci troviamo di fronte a genitori estremamente disfunzionali, che non riescono a fornire ai figli il supporto emotivo di cui hanno bisogno. In questi casi, organizziamo incontri allargati con la famiglia, ma solo con il consenso del paziente». Uno dei problemi più frequenti è la mancanza di comunicazione. «Molti ragazzi non riescono a esprimere i propri disagi in famiglia, e questo genera conflitti che diventano la norma», spiegano. «Spesso i genitori si accorgono del problema solo quando il figlio manifesta sintomi evidenti, come ansia o depressione».
L’ambulatorio rappresenta un ponte tra il disagio individuale e il contesto familiare. «Cerchiamo di creare uno spazio neutro, dove i ragazzi e le loro famiglie possano confrontarsi in modo costruttivo», dice De Mattia. Ma non è sempre facile. «Ci sono casi in cui le famiglie si ritirano dal percorso, perché non sono pronte ad affrontare i propri problemi». Eppure, nonostante le difficoltà, l’ambulatorio è un segnale di speranza. «La famiglia, la scuola, la società: sono tutti pilastri che stanno cambiando», riflette Sergi. «Ma se riusciamo a intervenire in tempo, possiamo aiutare questi giovani a costruire un futuro diverso».
«Avere un nucleo familiare presente è fondamentale, ma oggi la famiglia si deve relazionare a una società in continuo cambiamento». L’ambulatorio, quindi, non è solo un luogo di cura, ma anche di prevenzione. «Attraverso incontri allargati con le famiglie, cerchiamo di rompere il circolo vizioso della disfunzione. Ma per farlo, è necessario che i genitori siano disposti a mettersi in discussione». Le storie di Maria e Marco, insieme ai dati dell’ambulatorio, ci mostrano che il problema delle famiglie disfunzionali è complesso e multifattoriale. Ma ci ricordano anche che, con il giusto supporto, è possibile spezzare il ciclo della disfunzione e costruire un futuro migliore per i giovani di Caserta e provincia.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...