
Era il 15 agosto di due anni fa quando Kabul cadde sotto la stringente presa dei Talebani facendo ripiombare la città sotto un vero e proprio regime di terrore. Sono trascorsi ben due anni da quando tutti i telegiornali diffondevano le immagini della città di Kabul in ginocchio dalla presa dei talebani, denunciando la situazione delle donne, donne che giorno dopo giorno si vedevano private di diritti che con fatica avevano nel tempo conquistato, donne la cui libertà stava diventando ormai un lontano ricordo.
È forse cambiato qualcosa? La situazione si è forse assestata? No. Pare anzi semplicemente che il mondo abbia la memoria corta e tenda a trascurare ciò che dopo un po’ “non fa più notizia”. Ma per fortuna c’è qualcuno che Kabul non l’ha dimenticata. Oggi, a rispolverare la situazione afghana dopo la presa dei Talebani, ci aiuta Silvia Redigolo Responsabile comunicazione e raccolta fondi della Fondazione Pangea.
«L’Afghanistan è un paese che ancora una volta viene dimenticato. Era il 2002 quando con Pangea iniziammo a lavorare nel territorio ad un pro- getto di sviluppo e di empowerment femminile legato al microcredito cercando di raccontare la voglia di donne e famiglie di lottare per i propri diritti e di investire nel proprio paese. Ma purtroppo in pochi ci hanno ascoltato, fino a quando, solo nel 2021, il panorama internazionale quasi con stupore ha iniziato ad aprire uno squarcio sulla situazione afghana. Un riflettore che ha avuto però vita breve, in quanto ancora una volta, la sfortuna ha voluto che nello stesso anno scoppiasse la tragica guerra russo-ucraina spostando nuovamente tutta l’attenzione mediatica.
E di tutto ciò hanno approfittato i talebani che dal 25 febbraio dello stesso anno, hanno stretto ancora di più la morsa intorno alle normative limitando la libertà di donne e bambine. Molti erroneamente pensano che le donne afghane siano ormai divenute tolleranti verso il regime, quasi come se non avessero più voglia di lottare. Non è così. Le donne manifestano, lottano anche se l’attenzione mediati- ca non è più lì a darne testimonianza. Una resistenza che non si arma di aggressività o violenza e che è necessariamente più mediata visto i rischi che corrono ogni giorno, il rischio di perdere la vita anche per una piccola ciocca di capelli che esce fuori dal velo».
«Pangea lavora da anni ormai per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne, delle loro famiglie e della comunità tutta con operazioni di intervento attivo sul territorio. In 19 anni di lavoro nel Paese erano ormai circa settemila le imprenditrici che da sole erano riuscite a mandare a scuola i propri figli, si era arrivati ad una vera e propria seconda generazione di donne e uomini laureati che gestivano le loro attività imprenditoriali grazie al nostro progetto di microcredito.
Pangea lavora in Afghanistan, India ed Italia eppure, l’Afghanistan è l’unico paese in cui Pangea ha ricevuto da parte di uomini e mariti, lettere di ringraziamento per un progetto che pone l’attenzione sulla consapevolezza dei propri diritti, sulla formazione igienico-sanitaria e sulla salute riproduttiva. L’impatto sulla società è stato forte e la particolarità è che i primi ricavi furono quasi interamente utilizzati per investire sull’istruzione dei figli di queste famiglie. E non è un caso che nel panorama attuale, gli ultimi attentati abbiano avuto come target proprio le università, simbolo di crescita e di futuro.
Oggi la situazione è appunto cambiata e purtroppo siamo stati costretti a cambiare anche noi il nostro modus operandi per ragioni di sicurezza. Le priorità sono dunque cambiate. L’attuale urgenza è distribuire cibo e beni di prima necessità alle famiglie selezionate, famiglie povere tra le più povere».
«Più cala l’attenzione internazionale e più si dà carta bianca ai talebani nel proseguire con il proprio regime.
Basta ignorare il problema, bisogna dare voce alla resistenza e seguire le realtà come la nostra che operano sul campo attraverso condivisione e supporto. Dovremmo sforzarci di iniziare a vedere l’invisibile perché una norma che vincola la donna, una norma il cui scopo è isolare la donna non è solo inaccettabile, ma può potenzialmente diventare oggetto di scambio an- che nei rapporti internazionali».
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