
Come chiamereste quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza? Io ho scelto di utilizzare “invasione”, mi sembra il più adeguato per descrivere ciò che sta avvenendo e cercherò di rimanere fedele alla mia scelta visto che le forze israeliane occupano la zona già da cinque giorni, quindi parlare di “incursione” mi sembrerebbe riduttivo e quasi offensivo.
Le autorità israeliane, con Netanyahu in testa, usano “operazione speciale”; gli ufficiali dell’esercito israeliano spesso si lasciano scappare il termine “guerra”, probabilmente questo è quello capace di darci maggiormente la portata della cosa e la sua durata, perché qualunque sia il termine che vogliate utilizzare per descriverla non sarà una cosa breve.
Il 27 ottobre Israele ha cominciato l’invasione della Striscia di Gaza, da quel momento le comunicazioni sono state quasi totalmente interrotte e sapere cosa succede all’interno della Striscia è molto complicato. Nel gioco delle parti, Hamas e Israele pubblicano dati non verificabili e presumibilmente non accurati che hanno il fine di sminuire o aggravare quello che succede nei pressi di Gaza City.
Con certezza possiamo dire che: l’esercito israeliano ha cominciato le incursioni con fanteria e carri armati supportati da raid aerei e che la situazione umanitaria per milioni di gazawi diventa sempre più critica.
Jonathan Conricus, portavoce delle Forze di difesa israeliane (IDF), quando parla dell’avanzamento delle forze israeliane nel territorio di Gaza utilizza due avverbi: lentamente e meticolosamente. Parole totalmente in contrasto con quelle del premier Benjamin Netanyahu che proclamava un’azione rapida e incredibilmente distruttiva, arrivando a schierare i quasi 360mila riservisti a ridosso del confine con la Striscia. Ma la questione è molto più complicata di così.
Il territorio di cui stiamo parlando è particolarmente ostico, la Striscia si estende longitudinalmente lungo la costa, ha tre fiumi che la tagliano trasversalmente, è densamente popolata, ha pessimi collegamenti urbani ed ha una rete di cunicoli di cui non si conosce la portata.
Da venerdì l’esercito israeliano sarebbe entrato nella Striscia di Gaza da almeno tre punti: da nord-est dal Valico di Erez, da nord-ovest in una zona nei pressi di As-Siafa e Atatra e da est presso Juhor ad Dik. Tutti e tre i punti di accesso presentano delle criticità, il Valico di Erez è lo speculare del Valico di Rafah a sud tra Egitto e Striscia di Gaza, uno stradone con un checkpoint che permette un passaggio abbastanza agevole a mezzi e persone, ma che ha il lato negativo di essere molto esposto e prevedibile, infatti ci sono stati scontri nei pressi di Beit-Hanoun. A nord-ovest è più complesso, il terreno in prossimità della costa ha pochi collegamenti terrestri ed è composto prevalentemente da campi, stando all’Institute for the Study of War (ISW) ci sarebbero stati scontri nella zona di Atatra e a Beit Lahiya, dove Hamas ha detto che i suoi guerriglieri hanno sorpreso le forze israeliane. In fine l’accesso da Juhor ad Dik passa per una zona quasi deserta a sud di Gaza City superando il fiume HaBesor, anche qui ci sono stati scontri.
L’obiettivo delle forze israeliane è quello di accerchiare Gaza City e di controllare l’arteria principale Salah al-Din che collega la Striscia da nord a sud e taglia Gaza City. Martedì pomeriggio Israele ha bombardato il campo profughi di Jabalia che si trova immediatamente a nord di Gaza City, al momento il numero di vittime si aggira tra le 20 e le 50, Israele ha detto di averlo fatto per eliminare un comandante militare di Hamas, ma è praticamente certo il coinvolgimento di minori negli attacchi.
Al momento non sappiamo come continuerà l’invasione di Gaza, dopo l’accerchiamento le forze armate dovranno presumibilmente ingaggiare i guerriglieri di Hamas in territorio urbano. Hamas ha scelto di evitare scontri in campo aperto visto che le forze israeliane sono enormemente superiori, mentre Israele sta attuando una tattica che minimizza le perdite, la tattica sembra star funzionando visto che al momento pare che tra i militari israeliani non ci sia nessun morto, ma potrebbero anche non essere stati dichiarati. Ma a Gaza City le dinamiche dello scontro sarebbero molto più congeniali ad Hamas, la città è piena di cunicoli e strade nascoste che i miliziani conoscono bene, i carri potrebbero passare con grandi difficoltà e le trappole preparate potrebbero permettere una difesa molto efficace.
Per cercare di fare un paragone, quando Mosul cadde nelle mani dello Stato islamico le forze irachene ci misero nove mesi per liberare la città. Gli ufficiali dell’esercito israeliano hanno fatto stime molto simili, alcuni parlano di mesi, altri si spingono fino ad un anno. Lo scontro sembra ormai prossimo e la situazione umanitaria per i civili è già critica, ma nei prossimi mesi rischia di aggravarsi ulteriormente e se mai dovesse prolungarsi per molto tempo, come ci si aspetta, rischia anche di diventarci sempre più indifferente.
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