
Durante il question time di ieri al Senato sul tema dei femminicidi, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso forti dubbi sull’efficacia del braccialetto elettronico, definendolo “spesso incompatibile con i mezzi di trasporto”. La sua affermazione ha scatenato un’ondata di polemiche, soprattutto per la soluzione proposta: invece di garantire maggiore protezione istituzionale, ha suggerito che le vittime potenziali cerchino “forme di autodifesa”… come rifugiarsi in una chiesa o in una farmacia!
Nordio ha spiegato che il problema principale risiede nella distanza: quando il braccialetto emette un allarme, le forze dell’ordine faticano a intervenire tempestivamente, lasciando la vittima in pericolo. Secondo il ministro, i magistrati dovrebbero quindi valutare meglio le distanze di sicurezza, tenendo conto della velocità degli spostamenti consentiti dai mezzi moderni. Ma questa posizione ha sollevato una domanda fondamentale: perché lo Stato, invece di potenziare il sistema, chiede alle donne di arrangiarsi?
I numeri presentati da Nordio confermano le criticità del dispositivo. In Italia sono attivi circa 13.000 braccialetti elettronici, di cui oltre 5.800 utilizzati per casi di stalking e circa 7.000 per il monitoraggio. Eppure, nonostante questi strumenti, tra settembre e ottobre dello scorso anno si sono verificati tre femminicidi in meno di un mese, tutti con braccialetti che non hanno impedito il tragico epilogo.
La gestione tecnologica del sistema è affidata a fornitori privati, come Fastweb, che fornisce fino a 1.200 dispositivi mensili per l’anti-stalking. Tuttavia, il braccialetto funziona principalmente in ambienti domestici, lasciando scoperte le donne in movimento. Fuori casa, il segnale diventa inefficace e i tempi di intervento delle forze dell’ordine spesso non sono sufficienti a evitare il peggio. Inoltre, i costi elevati e la scarsa disponibilità dei dispositivi ne limitano ulteriormente l’utilizzo.
Le reazioni alle dichiarazioni del Ministro sono state durissime. I centri antiviolenza hanno sottolineato come la maggior parte dei femminicidi avvenga proprio in contesti domestici, dove trovare rifugio è quasi impossibile. L’opposizione politica ha accusato Nordio di scaricare sulle vittime la responsabilità di un sistema che non funziona, mentre i familiari delle donne uccise hanno ribadito che lo Stato, invece di abbandonarle, dovrebbe garantire maggiore sicurezza.
La questione sollevata da Nordio, pur mettendo in luce un problema reale, rischia di trasformarsi in un pericoloso alibi per l’inerzia delle istituzioni.
Se il braccialetto elettronico non è sufficiente, la risposta non può essere chiedere alle donne di difendersi da sole, ma investire in tecnologie più avanzate, potenziare la sorveglianza e sostenere concretamente i centri antiviolenza. La sicurezza delle donne non può essere mai soltanto un optional per lo Stato?
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