
‘O vascio. Il basso. L’abitazione a piano terra, per intenderci. I panni stesi sulla strada, la vecchietta seduta impegnata a scrutare ogni dettaglio, l’occhio di chi passa che si posa sempre verso l’interno della casa. Ti addentri nei vicoli di Napoli, nelle arterie del centro storico, giri l’angolo dalla strada principale ed eccolo lì. ‘O vascio.
Il profumo del caffè che arriva da dentro casa, la sigaretta fumante che si intravede dalla finestra. Un quadro, in tutto e per tutto, che raffigura a pieno il folklore, la tradizione e al contempo la contraddizione del capoluogo campano. Tra le mura di quelle abitazioni terranee scorrono secoli di storia, risuona l’eco di racconti di generazioni e generazioni tra speranza e difficoltà. Un quadro. In cui emerge tutta la vivacità, il colore, la cordialità e allo stesso tempo l’antica miseria di Napoli. ‘O vascio, chest è.
Le origini del basso risalgono al fenomeno di inurbamento della città di Napoli. Con la dominazione Angioina e Aragonese, da cui la città ricevette un impulso demografico, economico ed edilizio, si stimolò la formazione di un abile artigianato locale e il sorgere di nuovi quartieri residenziali e commerciali. A questo periodo di prosperità, però, seguì la fase di decadenza del Viceregno spagnolo tra il ‘500 e il ‘600. In quei secoli, la grande mobilitazione che portò la popolazione dalle campagne a trasferirsi nella realtà cittadina, non fu accompagnata dal sorgere di nuove fonti di reddito.
La difficoltà economica spinse coloro che non trovarono alloggio ad occupare, con forte spirito di adattamento, il piano terra dei palazzi. Secondo il censimento del 1881 erano oltre 105mila i napoletani che vivevano in soli 23mila bassi. Numeri che sono più che raddoppiati nella prima metà del ‘900.
Il basso napoletano con gli anni è poi diventato un simbolo della città, caratteristico in ogni sua forma. Dalla cura impiegata dai suoi abitanti per decorare al meglio l’affaccio su strada, al vero e proprio salotto all’aperto che si crea tra dirimpettai.

Quegli spazi, che sono stati con gli anni trasformati in abitazioni, avevano inizialmente come destinazione d’uso quella di deposito o bottega per gli artigiani. Per questo motivo, molti degli abitanti di questi nuovi appartamenti in giro per la città, continuarono a portare avanti la propria attività commerciale, unendo l’abitazione con il luogo di lavoro.
Da questo curioso fenomeno ebbe origine il noto detto napoletano «Fare casa e puteca», ossia «Fare casa e bottega». Lavorare, quindi, il più vicino possibile alla propria dimora o addirittura, in questo senso ancora più stretto, fare letteralmente della propria casa il luogo di lavoro.
Il termine “basso” apparve nel 1764 nei registri sanitari relativi all’epidemia di peste che colpì la città. Le pessime condizioni igienico-sanitarie in cui riversavano quelle abitazioni e soprattutto il sovraffollamento di quegli spazi ridotti ebbe ovviamente negli anni conseguenze influenti sulla diffusione delle malattie.
Si deve avere presente, infatti, che nel basso, in cui l’unica via di luce e aria diretta con l’esterno è la porta d’ingresso e la capienza delle stanze è di pochi metri quadrati, vivevano famiglie intere. La scrittrice Matilde Serao nella sua opera “Il ventre di Napoli” descrisse con queste parole il basso napoletano: «Case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano».
Nella storia del vascio napoletano c’è, ora più che mai, quel sentimento di riscatto che negli ultimi anni pervade sempre più il capoluogo campano e i suoi abitanti. Il basso non è più solo l’abitazione povera, simbolo di un’antica miseria, ma rappresenta l’emblema di una cultura fatta di adattamento e resistenza. Il riscatto al giorno d’oggi lo si vede nella riqualificazione delle aree, come i Quartieri Spagnoli, che si sono trasformate in poli di massima attrazione per i turisti giocando proprio sull’unicità della tradizione napoletana.
Numerosi, infatti, sono i bassi che ad oggi hanno nuova vita. Si è assistito, infatti, ad una prima fase di conversione di queste abitazioni in ristoranti, B&B, che sfruttano la storia e la cultura di Napoli per regalare un’esperienza unica a chi vi trascorre del tempo.
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