
Negli anni Cinquanta il fisiologo statunitense Ancel Keys e sua moglie, la biochimica Margaret Keys, arrivarono nel Sud Italia incuriositi da quello che sembrava un vero e proprio miracolo scientifico. Gli abitanti dei piccoli paesi del Sud si ammalavano raramente di malattie cardiovascolari ed erano più in salute rispetto ad altre popolazioni occidentali. La risposta a quello che sembrava un mistero era in realtà molto semplice e si trovava nei loro piatti: verdura, frutta, legumi, olio d’oliva, pesce, cereali integrali e una dieta povera di carne. Grazie alle ricerche dei due coniugi il mondo scoprì uno dei modelli alimentari più salutari: la dieta mediterranea, oggi riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.
Settant’anni dopo, l’Italia che aveva ispirato gli studi di Ancel Keys, secondo la BBC, non esiste più. Snack ultra processati, bibite zuccherate, hot dog, pizze farcite con patatine, formaggi e salse, merendine e prodotti confezionati sono diventati protagonisti della dieta quotidiana. A denunciare questo fenomeno è proprio un reportage della BBC, The Five Ps: Pizza, Pasta, Potatoes, Protein and Bread, che parte da Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, indicato come uno degli epicentri mondiali dell’obesità infantile.
Il rischio, però, non risiede nei prodotti consumati in sé, ma nella frequenza, nelle quantità e nelle modalità con cui vengono consumati. Il direttore del Longevity Institute della University of Southern California, Valter Longo, parla della dieta delle “cinque P”: pizza, pasta, patate, proteine e pane; e spiega come oggi questi alimenti vengano consumati troppo frequentemente e in porzioni eccessive, il tutto accompagnato da bibite gassate, salse e altri prodotti ultra processati. È proprio la diffusione di questi cibi altamente appetibili a segnare il progressivo abbandono della dieta mediterranea.
I dati confermano questa trasformazione. Secondo l’indagine OKkio alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 solo il 10% degli italiani seguiva realmente la dieta mediterranea. Sono allarmanti, in particolare, i dati relativi ai bambini: il 10,9% non faceva colazione ogni giorno, il 66,9% consumava una merenda di metà mattina considerata eccessiva e quasi un bambino su quattro (24,6%) beveva quotidianamente bibite zuccherate o gassate. Il 37% mangiava legumi meno di una volta alla settimana, mentre molti consumavano frutta e verdura raramente.
Non sorprende, allora, che la BBC abbia scelto di raccontare questa storia partendo dalla Campania. È qui che i numeri raggiungono i livelli più allarmanti: il 24,6% dei bambini tra gli 8 e i 9 anni è in sovrappeso, il 12,6% è obeso e un ulteriore 6% presenta obesità grave. In totale, il 43,2% dei bambini campani vive con un eccesso di peso. Secondo le stime dell’ISS il problema riguarderebbe circa 147 mila bambini tra i 6 e gli 11 anni. A livello nazionale, nel 2023 il 28,8% dei bambini era in sovrappeso o soffriva di obesità, mentre applicando i nuovi parametri dell’Organizzazione mondiale della sanità la situazione appare ancora più critica: circa il 37% dei bambini italiani di otto anni risulta in sovrappeso e il 18% presenta obesità.
Tra gli aspetti che più colpiscono emersi dal reportage della BBC c’è la testimonianza di Roberto Berni Canani, pediatra e specialista in obesità dell’Università Federico II di Napoli. Berni racconta di come i genitori portino i bambini in ambulatorio perché preoccupati per tossi persistenti o mal di pancia e di come non contemplino nemmeno la possibilità che il problema possa essere il peso. Insomma, il sovrappeso è diventato così diffuso da passare inosservato o, comunque, da essere liquidato come qualcosa di poco conto, strettamente legato all’età. Per Berni, a rendere il fenomeno ancora più insidioso è il fatto che non si manifesta attraverso enormi quantità di cibo, ma attraverso una lunga serie di piccoli consumi che, sommati nel corso della giornata, fanno aumentare progressivamente l’apporto calorico.
Il reportage della BBC ha inevitabilmente acceso il dibattito. Il Regno Unito convive da anni con livelli di obesità infantile altrettanto preoccupanti, ma colpisce che proprio l’Italia, da sempre estremamente fiera della propria cultura alimentare, sia oggi tra i Paesi con i tassi di obesità infantile più elevati d’Europa.
Il reportage, più che essere visto come una semplice critica, dovrebbe essere interpretato come un campanello d’allarme. Perché il rischio non è soltanto quello di perdere una parte del nostro patrimonio culturale, ma anche di crescere una generazione di bambini meno sana.
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