
Dal 17 ottobre, i corridoi del Liceo Artistico “Filippo Palizzi” di Napoli non sono più solo spazi di lezione, ma luoghi di confronto e partecipazione. Gli studenti e le studentesse hanno deciso di occupare la scuola in solidarietà con il popolo palestinese, un gesto che unisce la politica internazionale al desiderio di ripensare la scuola come spazio di voce e di azione.
Nel comunicato diffuso dal collettivo studentesco, si legge la volontà di “sensibilizzare gli studenti attraverso dibattiti e attività che contrastino la narrazione sionista del governo sul genocidio israeliano nei confronti della Palestina”. Ma dietro le parole c’è molto di più: la voglia di prendere posizione, di capire il mondo e di non restare indifferenti.
“Non è un attacco alla nostra dirigenza”, scrivono, “ma un modo per usare la scuola come luogo di consapevolezza”. Un concetto che, in tempi di crisi internazionale e disillusione politica, suona come un richiamo al senso originario dell’istruzione: imparare a pensare con la propria testa.
Mentre a pochi metri dal Palizzi, a Palazzo Reale, si svolgevano i Dialoghi Mediterranei con i ministri che parlavano di pace, gli studenti occupavano le aule per mettere in discussione quella stessa parola, “pace”, e riflettere sul suo significato reale. “Non può esserci pace nei territori occupati, e non può esserci pace finché i governi chiudono gli occhi di fronte alle ingiustizie”, scrivono nel comunicato.
L’occupazione, però, non è fatta solo di slogan. Ogni giorno al Palizzi si tengono assemblee, dibattiti e laboratori autogestiti, momenti di confronto aperto in cui si parla di politica, arte, diritti, ma anche di scuola. Perché se la solidarietà alla Palestina è il punto di partenza, la riflessione sulla scuola italiana è il cuore della protesta.
Occupare, per loro, significa anche riappropriarsi di uno spazio che troppo spesso percepiscono distante, rigido, incapace di ascoltare. Significa trasformare la scuola in un luogo dove si discute, si cresce, si costruisce qualcosa insieme.
Negli ultimi mesi, le occupazioni studentesche stanno tornando in molte città italiane. Ogni volta cambiano i motivi, ma il filo rosso è sempre lo stesso: la richiesta di ascolto. Gli studenti del Palizzi lo dicono chiaramente: “Vogliamo discutere dei disagi della nostra scuola, ma anche del mondo fuori da essa. Vogliamo che la nostra voce non resti inascoltata”.
Dietro le lenzuola appese alle finestre e gli striscioni colorati c’è una generazione che prova a fare ciò che spesso si chiede ai giovani, ma che raramente si accetta davvero: prendere posizione. E lo fa in modo collettivo, politico e creativo, unendo la critica alla riforma scolastica alla solidarietà internazionale.
Nel cortile del Palizzi, si parla di Gaza e di Napoli, di riforme e di futuro. Si parla di scuola come comunità, non solo come istituzione. E in quelle parole, scritte a mano sui cartelloni o pronunciate nei dibattiti, c’è una consapevolezza nuova: che la formazione non finisce con la campanella, ma inizia quando si sceglie di partecipare.
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