
Un laureato su tre trova lavoro al centro nord. Il fenomeno riguarda allo stesso modo uomini e donne meridionali. Oggi anche le laureate emigrano in una quota pari a quella degli omologhi maschi, mentre in passato la scelta del trasferimento rappresentava una prerogativa quasi esclusivamente maschile.
Il dato è allarmante perché conferma una condizione di sottosviluppo del Meridione, che non accenna a migliorare, anche in considerazione del divario esistente con il nord Italia, dove il 10,11% dei neoassunti è laureato, contro il 5,6% del sud. Infatti, su 50mila laureati nelle università meridionali, dopo tre anni dalla laurea 20mila non lavorano e 10mila lo fanno, ma al nord.
È così da vent’anni. A cambiare col tempo, però, sono stati i profili di chi decide di lasciare il Mezzogiorno per l’Italia centro-settentrionale: tra il 2001 e il 2021 i migranti laureati si sono più che triplicati, passando dal 9 al 34 per cento del totale. Nel 2022 sono diventati quelli che se ne vanno di più, se confrontati con chi possiede titoli di studio inferiori. «É la prima volta che succede nella storia delle migrazioni interne del nostro Paese», si legge nel report 2023 sull’economia e la società del Mezzogiorno presentato da Svimez.
Secondo l’analisi del rapporto, tanti dei migranti laureati che lasciano il Sud – 9mila su 27mila nel 2021 – hanno seguito un percorso di formazione Stem. Di conseguenza, un terzo degli investimenti del Meridione nelle competenze scientifiche e tecnologiche si disperde. A discapito dell’industria, soprattutto delle filiere produttive strategiche a elevato contenuto di innovazione. Che sono, invece, fondamentali nel contrastare la fuga dei cervelli, per favorire la crescita economica di intere aree di Paese, per arginare il lavoro povero.
Purtroppo, il Sud, quindi, manca di città attraenti e di aree ricche. Stesso dicasi per i centri universitari di eccellenza. Inoltre, incide nelle scelte migratorie anche la voglia di cercare ambienti più meritocratici, che diano maggiore spazio alle capacità ed alle competenze.
Ci sono molte aree del Sud nelle quali si vive sotto una “cappa”. La soglia che le opposizioni al Governo vorrebbero fissare al salario per essere legale, affinché non vi siano occupati costretti a vivere in povertà. Un milione di questi vive al Sud: un dipendente su quattro nel Mezzogiorno guadagna meno di quello che viene considerato il minimo per essere uno stipendio degno.
In conclusione, il peso dei contratti a termine resta altissimo e la perdita del potere d’acquisto sostenuta, rendendo più difficile la vita di chi sceglie di restare.
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