
Una storia che parte da molto lontano quella dei 200 beni trafugati dalla torre di Pandolfo Capodiferro di Sessa Aurunca e ridate alla collettività grazie al lavoro dei Carabinieri del Nucleo TPC di Monza. Una storia che porta le sue radici oltre ottant’anni fa quando, durante la Seconda guerra mondiale, le truppe di occupazione germanica trafugarono i beni contenuti nel Museo della Civiltà Aurunca presso la Torre di Pandolfo Capodiferro. Quest’ultimo era stato istituito da Pietro Fedele, grande cittadino di Sessa Aurunca e ministro della pubblica istruzione in epoca fascista: questo non è un dato di poco rilievo, tutt’altro! Poiché le opere, dopo la trafugazione, per un banale equivoco, a guerra finita, furono riconsegnate erroneamente agli eredi di Pietro Fedele quando in realtà non erano una sua proprietà privata, ma un bene di tutti in quanto il Museo in cui erano contenute era nazionale. A causa di questo “banale equivoco” queste opere hanno vagato per oltre 80 anni, fino al ritrovamento e alla successiva riconsegna alla collettività da parte del Nucleo TPC di Monza con il Comandante Giuseppe Marseglia.
«Noi abbiamo ritrovato – afferma il Comandante Marseglia – questo grosso lotto della collezione del “Museo della civiltà aurunca” di Sessa Aurunca, grazie a due oggetti che sono stati rintracciati dai nostri operatori su un catalogo d’asta online di una casa d’aste romana. Questi due oggetti erano noti anche perché pubblicati all’interno di un’opera del 1995, “L’opera d’arte da ritrovare”, che era la pubblicazione del famoso archivio Siviero, un personaggio storico importantissimo del dopoguerra che stabilì una lista quanto più completa di tutte le opere d’arte trafugate dalle truppe di occupazione germanica durante la guerra. In questo catalogo c’erano anche tutte le opere trafugate dalla torre di Pandolfo Capodiferro di Sessa Aurunca, sede del “Museo della civiltà aurunca”. Come nucleo di Monza siamo stati i primi ad individuare gli oggetti, in particolare l’appuntato Vito Cicale che, essendo originario di quelle zone, per vent’anni ha continuato a cercare questi reperti ed è stato lui a mettere su l’indagine e l’attività di ricerca». Una storia che però è ancora ai primi tasselli, in quanto quello ritrovato è il primo lotto su ancora un migliaio di pezzi circa mancanti. Un processo che ha avuto la durata di circa 5 anni: «un periodo relativamente breve se si pensa agli 80 anni della dispersione» afferma Marseglia.

Un monitoraggio costante quello del mercato delle opere d’arte trafugate illecitamente da parte dei Carabinieri del Nucleo TPC che hanno visto l’evoluzione di questo fenomeno e, allo stesso tempo, anche la sua inaspettata e profonda ramificazione all’interno del tessuto economico internazionale. «Purtroppo, uno scavo abusivo – afferma Marseglia – non prevede una puntuale denuncia di furto, dunque, noi ci accorgiamo solo di un’opera trafugata quando la ritroviamo in un museo negli stati uniti d’America, ma di tantissime altre non riusciamo ad averne traccia. Noi controlliamo sistematicamente tutti i giorni le case d’aste online confrontandoli grazie alla banca dati delle opere illecitamente sottratte che è il più grande database esistente al mondo per questa tipologia di oggetti: abbiamo finora raggiunto più di 1 milione e mezzo di opere da ricercare. Un numero che può sembrare enorme, ma che in realtà è solo la punta dell’iceberg perché nessuno può avere sentore di ciò che è stato portato via da questo Paese negli ultimi decenni». Attraverso il nuovo mercato online, il bene trafugato è talvolta recuperato dall’altra parte del mondo, nella migliore delle ipotesi, anche se è comunque un bene che ha perso la sua identità all’interno di un ingranaggio che non è assolutamente in calo, ma continua a crescere giorno per giorno. «Il fenomeno è attuale – continua il Comandante – perché questa cultura del saccheggio si tramanda di padre in figlio e questo richiede un costante impegno delle forze di polizia e delle comunità locali ai controlli. Attraverso il trafugamento dell’opera l’oggetto è decontestualizzato, dunque perde il suo riferimento scientifico: smette di essere un documento storico per diventare un oggetto di mercato. Noi abbiamo una cura costante della memoria e continueremo a ricercare perché prima o poi questi oggetti ritornano in vendita» continua il Comandante Giuseppe Marseglia.
In mezzo a tutte queste ombre però c’è una speranza: durante la conferenza stampa per il ritrovamento di questi beni, il Direttore Generale dei Musei Italiani, Massimo Osanno, ha firmato il decreto per la prossima apertura, del Museo Nazionale di Sessa Aurunca: il primo museo dopo la Torre di Pandolfo Capodiferro rasa al suolo dai tedeschi nel 1943. Finalmente dopo oltre 80 anni la comunità aurunca, così ricca di storia, avrà un suo luogo della cultura e, come affermato dal sindaco, si ipotizza una data di apertura entro la fine dell’anno 2024. «È una cosa importantissima perché la maggior parte degli oggetti recuperati, per mancanza di spazi espositivi, va a finire nei depositi e viene a mancare la fruizione al pubblico. Invece, con la riconsegna ad un’istituzione museale, viene rappresentato il massimo successo possibile perché concludiamo l’attività durata 80 anni di dispersione con la restituzione agli aventi diritto che sono i cittadini di Sessa Aurunca e i visitatori» conclude il Comandante Giuseppe Marseglia.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...