
Io partirei da una domanda, di tipo esistenziale, per svelare la pochezza, la miseria, di quelle politiche sociali ed internazionali che issano barriere contro le cosiddette migrazioni. Ora, non si complichi questa con le regioni empiriche dello spostamento dei popoli, che per lo più oggi risiedono nella triste urgenza di fuggire da guerre e fame; e non la si banalizzi per una innocente utopia di un giovane che di politica e di gestione della vita sociale non ne sa nulla. Del resto, un’innocenza c’è, e mi sembra degna di rispetto: in essa risiede tutta la libertà di una vita che vuole conoscere il mondo in cui le è dato di vivere.
A un uomo, cui il mistero della vita ha concesso la breve meraviglia del vivere, può esser negato il diritto di avventurarsi, scoprendo o almeno cercando di scoprire, quel fenomeno che comunemente si chiamiamo mondo e che è donato a noi unitamente col respiro?
Personalmente sono nato a Castel Morrone, un piccolissimo paese del casertano, e mi sono sempre percepito come morronese per viscerale campanilismo, italiano per lingua e costume, e cosmopolita per il mio essere al mondo. Allo stesso tempo mi sento cittadino dell’universo, condividendo questo mio status con piante, animali, minerali, microrganismi e forme di vita non ancora conosciute. La mia identità, le nostre identità, si decifrano rispetto al termine col quale ci confrontiamo. Morronese se penso al mio piccolo paese, italiano se guardo all’Italia, europeo se immagino l’Europa, universale se alleno ancor di più il mio sguardo interiore.
Se lo scopo ultimo della vita è conoscere se stessa e il mondo, come possono gli uomini accettare che vengano posti freni al raggiungimento di questo scopo? E perché poi quei freni sono gli stessi uomini a porli?
Ragionare su queste interrogazioni può aiutare a prender coscienza di politiche inumane (perché contrarie agli scopi ultimi dell’umanità) che continuamente innalzano barriere e muri e tentano di costruire retoriche e narrazioni aberranti e di odio verso il prossimo. Come le tradizionali narrazioni della destra conservatrice che punta ad individuare nello straniero l’artefice dei problemi sociali e delle crisi economiche che attanagliano il paese. Purtroppo, narrazioni di questo tipo continuano a far presa su un elettorato che cerca un capro espiatorio su cui riversare la propria frustrazione sociale (e meglio se quel capro è un’entità che considera lontana e dunque non vicina) e che cerca illusorie parole di speranza che gli facciano credere che eliminato il nemico tutto sarà diverso.
Narrazioni del genere continuano a diffondersi in un largo elettorato facente parte di uno strato sociale fortemente sensibile alle crisi economiche. Perché coloro che odiano lo straniero e lo accusano di rubargli il lavoro sono sempre individui che a loro volta cercano lavoro? Perché costoro sono così numerosi? Forse il problema non risiede nell’arrivo dello straniero ma è già interno alla società. Forse sarebbe meglio abbracciare con la mente le parole di chi consideriamo nemico, per capire chi è, da dove viene, perché fugge da casa e perché giunge da noi.
Domande che socialmente e umanamente dovremmo cominciare a frequentare per sviare i rumori mediatici di una tv e di una politica che piega ai propri fini le storie di uomini, donne e bambini che portano con sé carichi di esistenza gravosi e per nulla rispecchiati nelle parole che affollano la nostra quotidianità e portano tanti muri ad essere innalzati. Questi i temi al centro del dibattito: “Oltre i muri. I muri ce crescono…la solidarietà che muore?” Dibattito tenutosi ieri, martedì 11 aprile 2023 alle ore 18.45 presso l’Auditorium della Parrocchia Santa Maria del Mare di Pinetamare, a Castel Volturno.
A guidare il dibattito Francuccio Gesualdi, direttore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e attivista Vecchiano (Pi) nonché allievo di Lorenzo Milani; Tommaso Morlando, editore di Informare e Presidente dell’Associazione Officina Volturno e Fatou Diako, attivista.
«Esistono quasi 40mila km di barriere nel mondo (tra muri, fili spinati e palizzate). Se i muri crescono, allora la solidarietà muore? È una domanda molto importante perché mi sembra ci sia un attacco alla solidarietà.
Il 1994 credo sia una data significativa della storia umana. A Marrakech, Marocco una conferenza fra le potenze mondiali istituisce l’OMC (Organizzazione mondiale del commercio): un’istituzione, voluta da tutti i paesi del mondo per liberalizzare merci e capitale. Ciò significa che da quel momento merci e capitale erano libere di esser trasportate e commercializzate in tutto il mondo. Contemporaneamente sempre nel 1994 Israele comincia a costruire il muro che avrebbe separato il suo stato dalla Palestina. Allora, questa per me diventa una data significativa, perché sta a dimostrare che siamo in un tempo in cui si permette alle merci di essere spostate da un punto all’altro del globo, ma si proibisce alle persone di poter viaggiare liberamente. Questa data marca la contraddizione del tempo che stiamo vivendo.
Ma perché si costruiscono muri? La maggior ragione è quella migratoria: impedire ai migranti di passare da una nazione all’altra. Ci sono anche altre ragioni quali il contrabbando, i conflitti, il terrorismo.
I muri che costruiamo non sono soltanto di cemento armato e filo spinato, ma ce ne sono anche altri. Intanto c’è la repressione armata che ha bisogno di una grande vigilanza. C’è la repressione delegata, quella che noi ad esempio abbiamo delegato alla Guardia Costiera Libica, di fare il lavoro sporco per cercare di rimandare indietro chi arriva sulle nostre coste. C’è poi il trattenimento delegato e ci sono poi i muri psicologici.
Parliamo di repressione diretta. Chi la mette in atto non è solo il singolo stato ma si è addirittura costituito un corpo europeo: Frontex.
Con l’appoggio delle polizie dei vari stati che compongono l’Unione Europea, Frantex menziona tra i propri compiti il soccorso dei naufraghi in mare e la riorganizzazione dei rimpatri.
Si chiama rimpatrio la violenza del respingimento delle persone che giungono da noi
Il lavoro della Frontex prevede una spesa annua di circa 750 mln di euro annui. Fra apparecchiature tecnologiche, sistemi di sicurezza, armi all’avanguardia di comprende bene che dietro la politica della vigilanza e della repressione vi sono interessi economici da tutelare. Pensiamo a come la prenderebbero le società di armamento se quei soldi in bilancio della Frontex fossero indirizzati allo sviluppo di politiche di accoglienza anziché all’armamento.
Abbiamo 3 categorie di vittime dei muri: le vittime di guerra; le vittime di cambiamenti climatici e le vittime di crisi economiche. Perché avvengono le migrazioni? Perché non si ritrovano sul territorio risposte soddisfacenti ai propri bisogni che nella maggior parte dei casi sono ragioni puramente sussistenziali. Fuggire la guerra significa fuggire la morte. Fuggire la crisi climatica significa ancora fuggire la morte. Fuggire la crisi economica significa fuggire la fame.
Si dice che i migranti delinquono. Ma il 70% degli stranieri che viene denunciato corrisponde a stranieri che vivono nella clandestinità: cioè sono stranieri a cui non è riconosciuto nessun tipo di esistenza, che non hanno la possibilità di essere riconosciuti come cittadini e il non essere riconosciuti come cittadini non gli permette di lavorare. Dal momento che queste persone non possono lavorare, vivono in condizioni precarie e delinquono per sopravvivere.
«Il vero problema, il problema per cui si costruiscono muri è principalmente culturale. Spesso quando le cose non si conoscono si ha paura; mentre un’informazione corretta può portare alla presa di un punto di vista differente da quello della paura e del timore che genera odio. 21 anni fa fondai Informare partendo da una domanda “Cosa posso fare per combattere l’ignoranza e cosa posso fare per combattere la criminalità?” Oggi dico qualcosa di provocatorio. Castel Volturno meriterebbe il Nobel per l’accoglienza. Quando un territorio come il nostro ospita dai 15mila ai 20mila extracomunitari su una popolazione locale di 23/24 mila – residenti reali forse 15mila perché le restanti parti sono residenze fittizie utili solo a non pagare le tasse – e in definitiva non è mai successo nulla nella convivenza fra le due popolazioni che vivono a Castel Volturno. Molti ricordano la strage ghanese. 6 giovani ghanesi furono uccisi. I giornali parlarono di una lotta tra mafie e di una strage razzista. Quella strage andrebbe raccontata in termini completamente diversi. Io ero presente. All’epoca ero responsabile lotta alla criminalità organizzata in Campania, nominato dal ministro Antonio di Pietro. Stavo per recarmi ad un convegno a Roma e mi chiamò Monsignor Nogaro, il quale mi disse di ritornare subito ad Ischitella presenziare ai funerali dei ghanesi trucidati. Lo chiese a me perché sapeva che nessuna istituzione si sarebbe recata sul posto per commemorare i giovani uccisi.
Ai funerali i vigili urbani, forti di un’ordinanza, ci dissero che il sindaco aveva dato l’ordine di non deporre neppure uno stelo (erano pur sempre criminali); ci trovavamo su un suolo pubblico. Io mi rifiutai di eseguire quanto dettomi e la manifestazione continuò. All’epoca il sindaco era Antonio Scalzone. La sua azione d fu stupida. Lo stato italiano aveva abbandonato il nostro territorio a ritenere un enorme numero di extracomunitari e le ragioni di una reazione comunali erano legittime. Ma queste erano fuori luogo. L’uccisione fu un’uccisione di camorra che Setola organizzò per spaventare il popolo ghanese e i poveri lavoratori presenti sul. Fu un’azione di Setola volta ad intimidire queste persone e non si trattò di razzismo. Ho seguito tutto il processo volto a condannare l’evento fino alla fine. È stata l’unica condanna in Italia contro i camorristi per odio raziale».
Io sono considerata una persona aggressiva perché cerco di battermi per difendere i miei diritti di cittadina, per cercare di abbattere il muro dell’indifferenza che mi sta davanti. Noi non abbiamo nessuno che ci tutela. Non esiste unione, non esiste solidarietà. Ognuno cerca di essere il migliore e di abbattere il suo avversario. Non esiste ascolto, non esiste condivisione, non esiste rispetto. Io lo dico che se voi non accettate la presenza dell’altro è inutile parlare della solidarietà. Perché prima di parlare di solidarietà bisogna accettare la presenza del tuo vicino di casa e la sua diversità. Poi la solidarietà viene di per sé Si sente troppe volte solidarietà, accoglienza. Noi vogliamo che si cominci a parlare di inserimento.
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