
Il 1° marzo si celebra a livello internazionale la Self-Injury Awareness Day, giornata dedicata alla sensibilizzazione sull’autolesionismo non suicidario (NSSI, Non-Suicidal Self-Injury). Nel tempo, l’iniziativa si è estesa all’intero mese, trasformando marzo in un periodo di campagne informative, attività educative e riflessioni pubbliche su un fenomeno che, nonostante la sua diffusione, rimane spesso frainteso.
In ambito medico e psichiatrico, l’autolesionismo non suicidario viene definito come l’atto deliberato di danneggiare il proprio corpo senza intento suicidario. Secondo i Manuali MSD, i comportamenti più frequenti includono il tagliarsi, il bruciarsi, il graffiarsi in modo compulsivo o il colpirsi. È essenziale distinguere la NSSI dal comportamento suicidario. Nel suicidio l’obiettivo è la morte; nell’autolesionismo, invece, il gesto è generalmente finalizzato alla regolazione emotiva. La presenza di NSSI aumenta il rischio di futuri tentativi di suicidio, rendendo necessaria una valutazione clinica accurata.
In Europa, i dati sull’autolesionismo, coinvolgono circa 1 adolescente su 5. Altri dati consultabili attraverso la banca dati scientifica PubMed mostrano che l’esordio avviene frequentemente tra i 12 e i 16 anni, con una maggiore prevalenza nel sesso femminile, sebbene il divario di genere si riduca quando si considerano modalità meno visibili (come il colpirsi o il ferirsi senza lasciare cicatrici evidenti). Negli adulti la prevalenza è inferiore, ma il fenomeno può persistere o riemergere in presenza di disturbi psichiatrici, tra cui depressione maggiore, disturbi d’ansia, disturbo borderline di personalità e disturbi del comportamento alimentare.
Parlare di prevenzione dell’autolesionismo non significa solo raccontare come intervenire quando il problema è già evidente. Significa, prima di tutto, costruire strumenti concreti che permettano a bambini, adolescenti e giovani adulti di riconoscere e gestire emozioni difficili prima che diventino insostenibili. La prevenzione si muove su più livelli. A livello scolastico e comunitario, programmi di educazione emotiva e formazione sulle strategie di coping insegnano ai ragazzi a riconoscere rabbia, ansia, senso di vuoto o vergogna, e a trovare modi sicuri per affrontarle. In classe, il semplice fatto che gli insegnanti sappiano ascoltare senza giudicare può fare una differenza enorme: un ragazzo che si sente compreso ha meno probabilità di cercare nel dolore fisico una via di sfogo.
Quando si individuano segnali di rischio: come isolamento, cambiamenti improvvisi di umore o piccoli segni di autolesionismo entra in gioco la prevenzione secondaria. In questi casi, la collaborazione tra scuola, famiglia e servizi sanitari diventa cruciale: valutazioni professionali e colloqui mirati aiutano a comprendere il disagio e a costruire percorsi di supporto personalizzati. Infine, la prevenzione terziaria riguarda chi ha già messo in atto comportamenti autolesivi. Terapeuti e psicologi utilizzano approcci come la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT) o la Cognitivo-Comportamentale (CBT) per insegnare strategie alternative di regolazione emotiva e ridurre il rischio di ricadute. In questo percorso, la famiglia è centrale: ascolto, dialogo e riconoscimento delle emozioni proteggono, mentre conflitti o traumi aumentano la vulnerabilità. Non va dimenticato il contesto digitale, che può avere un duplice effetto. I social network, se mal gestiti, possono normalizzare o amplificare comportamenti autolesivi, ma offrono anche spazi di condivisione e supporto tra pari.
Dedicare un mese alla prevenzione non significa confinare il problema a un periodo simbolico. Marzo rappresenta piuttosto un’opportunità per portare il tema nel dibattito pubblico, ridurre lo stigma e promuovere conoscenze basate su dati scientifici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è tra le principali cause di morte tra i giovani a livello globale e rappresenta un indicatore indiretto ma drammatico del disagio psicologico non intercettato in tempo. In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziano un aumento delle richieste di supporto psicologico tra adolescenti e giovani adulti negli ultimi anni: riconoscere l’autolesionismo come segnale di sofferenza psicologica, non come “moda adolescenziale” o ricerca di attenzione.
Le evidenze scientifiche indicano che chi mette in atto comportamenti autolesivi presenta più frequentemente sintomi di depressione, ansia o difficoltà nella regolazione emotiva, fattori che, se non trattati, possono cronicizzarsi. Solo attraverso informazione rigorosa, formazione professionale per insegnanti e operatori sanitari, investimenti strutturali nei servizi territoriali e un accesso tempestivo alla salute mentale sarà possibile intervenire precocemente, ridurre le conseguenze a lungo termine e costruire una rete di protezione realmente efficace per le nuove generazioni.
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