
La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto le responsabilità dello Stato italiano nella mancata tutela dei cittadini della Terra dei Fuochi dall’inquinamento e rischi per la salute, aprendo un nuovo capitolo nella lotta per la giustizia e la bonifica di questi territori. Ma la Terra dei Fuochi è il volto di un’ingiustizia radicata che va ben oltre la contaminazione ambientale e i suoi effetti sulla salute. Per anni, l’attenzione si è concentrata sul tentativo di stabilire un nesso causale tra l’esposizione ai rifiuti e l’insorgere di una serie di patologie, fino ad arrivare, nel 2021, alle importanti rivelazioni del rapporto prodotto da Istituto Superiore di Sanità e Procura di Napoli Nord su 38 comuni campani. L’interesse esclusivo su quest’aspetto, seppur necessario, ha portato tuttavia a ridurre la questione ambientale a un problema da affrontare solo una volta dimostrati gli impatti diretti sulla salute, rinviando azioni mitigative e trascurando la sua dimensione di ingiustizia a priori, così come le molteplici conseguenze sul piano sociale, psicosociale, economico e politico. Una ricerca, condotta nell’ambito del mio dottorato di ricerca presso l’Università Sapienza di Roma, ha analizzato la distribuzione dei rischi ambientali in Campania e il loro legame con le condizioni socioeconomiche delle comunità esposte. I risultati, che presenterò in parte in queste righe, evidenziano come la questione ambientale sia profondamente intrecciata a dinamiche sociali, economiche e politiche, richiedendo un approccio integrato per essere affrontata efficacemente.
Lo studio ha rivelato una concentrazione sproporzionata di rischi ambientali legati ai rifiuti tra le province di Napoli e Caserta, con una mappa del rischio che si sovrappone in parte a quella della Terra dei Fuochi. I rischi analizzati sono i siti contaminati e potenzialmente contaminati (circa 4.700) elencati nel Piano Regionale Bonifiche 2020, e gli impianti di gestione dei rifiuti (circa 900) della banca dati dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC). Per misurare in modo olistico il carico ambientale sui comuni, è stato sviluppato un indicatore composito che tiene conto non solo della presenza dei siti e/o degli impianti, ma della loro potenziale pericolosità —valutata sulla base di criteri quali la tipologia di rifiuti, la presenza dei rifiuti in situazioni illegali o autorizzate, il rischio di rilascio di sostanze pericolose secondo le direttive europee —e della porzione di territorio potenzialmente esposta.
La distribuzione dei rischi ambientali all’interno della regione non è casuale, ma riflette processi storici e rapporti di potere che hanno segnato in modo indelebile il DNA di questa terra e i corpi dei suoi abitanti. Tra gli eventi chiave: il terremoto degli anni ’80, l’emergenza rifiuti (1994-2009), e lo sversamento e incenerimento dei rifiuti provenienti da flussi nazionali, internazionali e intraregionali (industrie del Nord Italia, alcuni paesi europei, e piccole e medie imprese locali in regime di evasione fiscale). Questi eventi hanno rappresentato occasioni di arricchimento per una varietà di attori e hanno segnato la trasformazione di luoghi già marginali in territori sacrificati sull’altare di interessi economici e politici.


Fig. 1 – Variazione spaziale dell’indice composito di rischio ambientale legato ai rifiuti (valori standardizzati). I comuni sono classificati in cinque gruppi (gradazioni di classe). I valori più alti sono tra le province di Napoli e Caserta, mentre la quasi totalità dei comuni delle province di Salerno, Benevento e Avellino sono nella classe più bassa. Fonte: elaborazione su dati ARPAC.
I dati raccontano anche che i comuni campani più esposti ai rischi ambientali sono quelli con le condizioni socioeconomiche più fragili: alta densità abitativa, disoccupazione elevata, forte presenza di casalinghe/i (perlopiù donne non lavoratrici), basso livello di istruzione, presenza significativa di bambini sotto i quattro anni, maggiore incidenza di famiglie numerose (con cinque o più componenti), e con almeno un componente straniero, alti tassi di immigrazione ed emigrazione e, infine, una maggiore diseguaglianza nei redditi, che separa chi guadagna più di 75mila euro l’anno da chi sopravvive con meno di mille. I comuni più esposti sono anche quelli caratterizzati dalla presenza ingombrante della criminalità, come dimostrano gli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose e l’alto numero di arresti e reati registrati. A ciò si aggiungono una bassa spesa comunale, servizi pubblici carenti e prestazioni inadeguate nell’erogazione dei servizi. Questi risultati non sono isolati. Studi di giustizia ambientale, in Italia e a livello internazionale, confermano un modello ricorrente: i rischi ambientali gravano sulle spalle delle popolazioni socialmente più vulnerabili, che spesso non hanno risorse e strumenti per difendersi, creando un circolo vizioso di diseguaglianze che si autoalimenta.
La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha segnato una svolta storica, riconoscendo le responsabilità dello Stato italiano nella mancata tutela della popolazione e imponendo interventi urgenti per la bonifica, il controllo e il monitoraggio della contaminazione. Si tratta di un’opportunità unica per ripensare l’approccio alla questione ambientale in modo più ampio e integrato. Infatti, ridurre la questione ambientale a un problema esclusivamente tecnico significherebbe ignorare la sua natura profondamente sociale e politica. Troppo spesso la Terra dei Fuochi ha assunto le sembianze di una zona astratta disegnata su una mappa, anziché di un tessuto vivo di comunità, luoghi, storie e persone che da anni attendono giustizia. I risultati della ricerca mostrano che i rischi ambientali si concentrano in modo sproporzionato in aree già segnate da profonde criticità socioeconomiche, esponendo la popolazione a una doppia condanna. È il volto di un’ingiustizia sistemica che affonda le sue radici in decenni di sfruttamento, corruzione e abbandono. Senza una strategia integrata che affronti le cause strutturali del problema, le bonifiche, per quanto urgenti e indispensabili, rischiano di essere insufficienti. È necessario un approccio che riconosca la complessità della questione, con interventi che affrontino le vulnerabilità ambientali, sociali e politiche di questo territorio, e che metta le comunità al centro del processo, non come spettatrici, ma come protagoniste attive del cambiamento.
di Giorgia Scognamiglio
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