
Quali sono le buone abitudini per una vita sana e duratura? Sicuramente bisogna avere una dieta equilibrata, dormire un certo quantitativo di ore, fare attività fisica, limitare il consumo di alcol ed eliminare il fumo o il cibo-spazzatura. Ma se ti dicessi che per l’OMS ciò non basta?
È emerso da recenti studi che la solitudine causa grossi danni alla salute. La mancanza di relazioni sociali aumenta il rischio di morte prematura pari o superiore a fattori di rischio ben noti come fumo, obesità e inquinamento atmosferico. L’isolamento sociale, cioè un numero insufficiente di relazioni, e la solitudine, ossia il dolore di non sentirsi connessi con gli altri, ci espongono a pericoli come ictus, ansia, demenza, depressione e suicidio. L’OMS ha dunque istituito, verso la fine del 2023, la Commissione sulle Connessioni Sociali, composta da undici politici, leader di pensiero e sostenitori dell’iniziativa. Essa è co-presieduta dal chirurgo generale statunitense, il dottor Vivek Murthy, e dall’inviata per i giovani dell’Unione africana Chido Cleopatra Mpemba.
La Commissione ha una progettualità triennale (2024-2026) e si pone due obiettivi: approfondire gli studi in merito alla centralità delle relazioni sociali nelle vite degli individui per migliorare la salute di ogni fascia d’età; trovare delle soluzioni per delle connessioni su grande scala.
È importante conoscere i dati sull’isolamento sociale: tutte le fasce d’età e di reddito ne sono colpite, non solo alcune categorie. Secondo l’OMS, una persona anziana su quattro soffre di isolamento sociale e i tassi sono sostanzialmente simili in tutte le regioni. Inoltre, tra il 5 e il 15% degli adolescenti sperimenta la solitudine, ma forse questo dato è addirittura sottostimato. I giovani studenti delle scuole superiori che soffrono di solitudine hanno maggiori probabilità di abbandonare il college in seguito.
I motivi dietro alla solitudine e l’isolamento sociale possono essere diversi: traumi, indole, difficoltà relazionali. Come superare questo problema? Una prima soluzione potrebbe essere la terapia. Un’altra opzione interessante è un trend che in Italia è poco conosciuto, ma che negli USA e in Danimarca si è diffuso a cominciare dagli anni ’80: il co-housing.
Letteralmente “abitare insieme”, è una pratica consistente in gruppi di famiglie che vanno a vivere attorno a una casa comune, usata per diversi scopi quali feste, attività ludiche, laboratori per produrre oggetti di uso comune, lavanderie e tanto altro. Le comunità di co-housing sono sostenibili economicamente: cercano autonomamente di svolgere attività come il giardinaggio, le pulizie e le riparazioni. Sono poche le occasioni in cui viene chiamato un professionista dall’esterno. Questa mentalità e la divisione delle spese permettono alle famiglie di abbattere i costi. La pratica del co-housing si rivela dunque un ambiente adatto al risparmio, alla crescita dei figli nel rispetto della comunità e una soluzione alla piaga della solitudine.
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