
Oppenheimer ha finalmente debuttato anche nelle sale cinematografiche italiane, registrando fin da subito incassi notevoli. Il nuovo ed altrettanto film firmato Christopher Nolan, tuttavia, non manca di sollevare qualche dubbio.
Quando si racconta la storia di un personaggio che la storia ha definito controverso bisogna sempre stare attenti, evitando di inciampare in generalizzazioni e superficialità. Il rischio è quello di lasciarsi trascinare dal romanticismo della narrazione e dagli artifici retorici che rischiano di compromettere la verità. J. Robert Oppenheimer, che nel film è interpretato dall’attore irlandese Cillian Murphy, è senz’ombra di dubbio una delle personalità più enigmatiche e dibattute del ‘900: fisico brillante, un “Prometeo americano” definito un eroe della patria per l’invenzione dell’arma di distruzione di massa più tristemente nota della storia. Un uomo tanto esaltato quanto emarginato, scomodo al governo statunitense per le sue posizioni politiche tendenti al comunismo, Oppenheimer è forse tra i pochi scienziati ad aver lavorato al Progetto Manhattan ad essersi assunto la responsabilità delle sue azioni. La colpa, tuttavia, non basta.
Il film di Nolan talvolta sembra perdersi nel tentativo di martirizzare il suo protagonista con il processo in atto contro di lui, per quanto la rappresentazione minuziosa del contesto sociale e politico – con l’ascesa del maccartismo e l’inizio della Guerra Fredda – sia uno dei suoi punti di forza. Così facendo, sembra perdere di vista il nucleo della questione: pur non avendo premuto personalmente il tasto per sganciare le bombe su Hiroshima e Nagasaki, Oppenheimer è colpevole tanto quanto il governo statunitense. Per quanto venga ribadito, a volte il messaggio di fondo che giunge allo spettatore suggerisce tutt’altro.
Mettendo da parte la sceneggiatura solida, un cast straordinario ed una fotografia che strizza l’occhio al Terrence Malick di The tree of life che ci fa entrare visivamente nella composizione di atomi ed esplosioni, notiamo come la voce delle vittime passi, per l’ennesima volta, in secondo piano. Le persone morte non solo in Giappone, ma anche nei territori occupati dal centro di Los Alamos nel New Mexico, sono nient’altro che numeri. Non hanno volti, storia e nomi: sono ridotte a semplici espedienti narrativi per far accrescere il senso di colpa del protagonista, senza che vi sia reale spazio per loro. In una vicenda come questa non si possono ignorare conseguenze di questo calibro: quelle più reali e tangibili, ed al contempo più disastrose. D’altronde è facile parlare di un singolo uomo; più difficile è avere il coraggio di interpellare chi, all’epoca del Trinity Test e della Guerra Mondiale, ha sofferto a causa dell’egocentrismo di una nazione. J. Robert Oppenheimer non è un santo, né un mostro; ma non è nemmeno una vittima. Questo, usciti dal cinema, dovrebbe essere chiaro a tutti.
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