
Napoli sembrerebbe essere tornata negli anni ’50. La proposta dell’associazione Ora et labora in difesa della vita, prevede l’introduzione dell’obbligo da parte dei medici di far ascoltare il battito cardiaco alla donna che intende abortire. Ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco che intende minare alla radice la legge 194/78 e svuotarla di efficacia. Ironico se si pensa che il Comune proclami numerosi eventi in favore delle donne. L’ultimo in ordine di tempo, “Vedi Napoli Sacra e Misteriosa…e poi torni. Storie di donne nei luoghi della fede, della cura e del mistero“.
È l’ennesima pratica violenta che viene messa in campo a danno delle donne e del loro diritto di abortire e di autodeterminazione sui loro corpi. Reintroducendo alla cultura della colpa e dello stigma. Si tratta di una scelta politica in controtendenza rispetto al passato. Oltre a rappresentare un allarmante passo indietro nella promozione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne, mina la fiducia nelle istituzioni locali che per prime dovrebbero difendere e promuovere tali diritti.
Anche l’ex sindaco di Napoli, De Magistris, ha fatto sentire la sua voce: «Un sindaco dovrebbe rappresentare tutta la propria comunità, incluse le donne. Invece di promuovere una legge di iniziativa popolare per modificare la Legge 194, che offende le donne, il sindaco Manfredi potrebbe adoperarsi per garantire alle donne l’accesso a servizi di aborto sicuri, informazione accurata e supporto nelle decisioni che riguardano la loro salute riproduttiva».
Conclude, infine, l’ex sindaco: «Chiediamo al sindaco della terza città d’Italia di fare passi avanti per sostenere la IVG farmacologica come accade negli altri paesi europei. Abbiamo la responsabilità di combattere gli attacchi alla Legge 194 e lavorare per preservare il diritto delle donne di scegliere ciò che è meglio per loro e per il loro corpo. È un impegno a favore della libertà, della giustizia e della dignità delle donne».
Basti pensare che in Campania la percentuale dei medici obiettori di coscienza raggiunge l’80%. E neanche i diritti riproduttivi sono in realtà tutelati. Si pensi per esempio all’insufficienza dei consultori che a Napoli sono solo 14, quelli che per legge dovrebbe avere una città di 280mila abitanti, ma a fronte di una popolazione che è oltre tre volte più grande. Oppure alla mancata deliberazione della contraccezione gratuita prevista dalla legge 405/75 in quasi tutte le regioni italiane, con sole quattro eccezioni che non includono però la Campania.
E ancora si rifletta sull’assoluta insufficienza degli asili nido. Col paradosso che si finge di non vedere i motivi reali della denatalità. Si fanno sicuramente meno figli anche per una questione culturale. Ma quante coppie rinunciano a mettere al mondo un bambino per la semplice ragione che non possono permetterselo?
Stefano Adrianopoli, coordinatore Campania “Ora et Labora in difesa della vita” in risposta alle parole di Luigi de Magistris: «Le azioni svolte dagli uffici amministrativi del Comune relativamente al progetto “un cuore che batte” rientrano nei loro normali compiti istituzionali e di servizi al cittadino. Non vi è stato nessun atteggiamento di particolare favore o attenzione verso di noi, fatto salvo per la gentilezza e la professionalità che contraddistinguono gli impiegati. La documentazione è stata inviata a tutti i comuni di Italia, che permettono poi ai propri cittadini di aderire all’iniziativa».
Il Comune di Napoli, avrebbe dunque, fornito informazioni pubbliche su una proposta di legge di iniziativa popolare che, è bene ricordarlo, rientra tra i diritti costituzionali (art. 71).
Ricordiamo che la storia dell’aborto in Italia ha origine nel 1975. Si autodenunciavano alle autorità di polizia per aver praticato aborti, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del CISA Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino.
Il 5 febbraio una delegazione presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo del codice penale. Riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Fino ad arrivare finalmente al 1978 con la legge 194, legge sull’aborto.
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