
Non è la prima volta che un film non in lingua inglese viene nominato in questa categoria, ma prima d’oggi nessuno ha mai vinto. Per di più un film come Parasite, che parla di una famiglia povera la quale per disperazione che si infiltra nelle vite di una famiglia borghese, un film ferocemente satirico, anticapitalista e anticlassista nonché orgogliosamente coreano.

Ma poi Parasite stravince: Oscar 2020 come Miglior Film, Miglior Film Internazionale (l’ex Miglior Film Straniero—il premio a cui i film non anglofoni vengono rilegati), Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Regista per Bong Joon-Ho, che in un gesto di rispetto di rado visto qui in Occidente, dedica il premio agli altri candidati poiché “degni quanto lui del premio”.
Dopodiché, un’esplosione mediatica in tutto il mondo. Hollywood, in oltre cento anni di esistenza, ha per esempio finora dato l’Oscar solo a due filmmaker afroamericani, e mai per film sul razzismo e questioni sociali contemporanee viste da un punto di vista nero. Se non ci credete, controllate pure: l’inglese Steve McQueen ha vinto per 12 Anni Schiavo, film storico basato su una tragedia reale, ma abbastanza lontana per Hollywood, mentre Moonlight parla di omosessualità e per di più i produttori (gli unici ad avere diritto all’Oscar per Miglior Film—e infatti Bong Joon-Ho è produttore di Parasite oltre che regista) sono bianchi.
Bianchi, se ci fate caso, sono sempre quasi tutti i candidati agli Oscar, nonché quasi tutta Hollywood. È di conseguenza normale che pochi film non anglofoni, afroamericani, latini, queer e islamici ricevano grande distribuzione e possano competere agli Oscar, nonostante queste realtà costituiscano ormai larga parte della popolazione americana. È pura logica commerciale: se un attore/produttore/regista è bianco e ha perlopiù amici bianchi, tende a favorire questi amici rispetto alle “nuove e diverse voci”. Hollywood è nato al tempo della segregazione, esploso con film su un eroico Ku Klux Klan (Birth of a Nation e Via col Vento); ecco perché i film di Hollywood non rispecchiano il loro pubblico, e sembra quasi sempre che agli Oscar vincano sempre i film più “sicuri”, nostalgici, moderati (alla Green Book).

Ma nell’America di Trump, nel mondo di Salvini, di Orban, Putin, sovranismo, xenofobia, razzismo e globalizzazione, quest’anno l’Oscar lo prende Parasite, un film che parla di guerra tra poveri, di mancanza di rispetto per i più deboli, di disperazione, povertà, della morsa del capitalismo sulla società, un film proveniente dall’Asia, da uno dei luoghi più stereotipati e meno rappresentati da Hollywood.
È un momento di coraggio; le nuove voci si sono fatte diverse.
di Lorenzo La Bella
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