
C’è una piccola città, ai piedi del Vesuvio, che da vent’anni porta avanti un esperimento singolare. Si chiama Ottaviano. Nome che, per chi conosce la storia recente della Campania, evoca ferite ancora aperte: la camorra, la violenza, i beni confiscati. Eppure, da due decenni, quel nome si accompagna anche a un’altra parola: rinascita. È qui che Legambiente ha voluto collocare la sede intitolata a Mimmo Beneventano, medico e consigliere comunale ucciso per aver scelto la strada della legalità. Un bene sottratto alla criminalità, trasformato in luogo di incontro. È già questo, se ci si pensa, un messaggio. La terra che ha conosciuto la paura diventa spazio di libertà.
Per due settimane, come accade ormai da vent’anni, Ottaviano ha ospitato ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte del mondo. Giovani che non si conoscevano, che parlano lingue diverse e che qui hanno deciso di condividere fatica, tempo, entusiasmo. È facile liquidarlo come “volontariato”. Ma in realtà si tratta di un laboratorio umano. Un luogo in cui l’interculturalità non è predicata, ma vissuta. Il cuore del progetto è il Parco Nazionale del Vesuvio, patrimonio naturale fragile, continuamente minacciato da incendi e incuria.
Quest’anno i campi hanno compiuto vent’anni. Non una ricorrenza qualsiasi, ma una tappa che segna la maturità di un progetto. E non è un caso che l’edizione sia stata collegata al programma europeo EYA – European Youth in Action. È il riconoscimento che Ottaviano non è solo un’esperienza locale, ma un laboratorio europeo di cittadinanza attiva. I volontari arrivati quest’anno – dalla Colombia al Giappone, dalla Francia alla Russia, passando per Spagna e Serbia – hanno alternato il lavoro pratico alla formazione. Hanno riqualificato aree verdi del bene confiscato, curato gli orti, monitorato la fauna del Parco del Vesuvio, sostenuto le squadre di avvistamento incendi. Eppure, accanto al lavoro manuale, c’è stata la dimensione civile. Si chiama “Percorso della memoria”, ed è un itinerario che aiuta a capire da dove viene questo territorio, perché è stato ferito, e soprattutto come può guarire. In questo intreccio di mani e memoria sta forse il senso più profondo dell’iniziativa. I ragazzi imparano che difendere l’ambiente significa anche difendere la propria dignità di cittadini. Che legalità e natura non sono due capitoli separati, ma parti di un unico racconto. È un’idea tanto semplice quanto necessaria: solo chi conosce davvero un luogo può prendersene cura. La sera, poi, ecco le “intercultural nights”. Musica, cibo, racconti. Le differenze non come barriere, ma come ricchezza da condividere. È un’immagine che consola, in tempi in cui i muri sembrano tornati di moda. Qui si sperimenta il contrario: la convivenza.
Pasquale Raia, di Legambiente Campania, lo ha detto con chiarezza: “I giovani imparano a valorizzare le relazioni, a costruire un senso di appartenenza”. È questa la parola decisiva: appartenenza. Non a un clan, non a un potere oscuro, ma a una comunità più ampia, fatta di solidarietà e impegno.
Vent’anni non sono pochi. Per un’iniziativa del genere sono un traguardo che va oltre la ricorrenza. Significa che un modello ha retto, ha trovato continuità, ha dato frutti. È la dimostrazione che anche in territori segnati da storie dolorose si può aprire un varco. E che quel varco, con ostinazione e pazienza, può diventare strada. E adesso? Il circolo “Mimmo Beneventano” vuole consolidare i legami europei, ampliare le attività con le scuole, moltiplicare i momenti di formazione. Perché non basta confiscare un bene alla criminalità. Bisogna restituirlo alla collettività, dargli vita nuova, metterlo al servizio dei cittadini. Solo così la memoria non resta un peso, ma diventa seme. Ottaviano, con i suoi vent’anni di campi di volontariato, questo seme lo ha piantato. Sta a tutti noi, ora, farlo crescere.
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