
Articolo a cura della Prof.ssa Jolanda Capriglione

Pochi ricordano che anche l’Uzbekistan è parte importante del grande mare delle civiltà ellenica,
radice della cultura dell’Occidente. Ovviamente non mi riferisco al grande Paese con i suoi confini
‘burocratici’ di oggi, ancorché riconosciuti a livello internazionale.
No, penso alla grande area della Bactria che aveva il suo cuore fra Samarcanda e la famosa Torre di
Pietra che M. Grant colloca a sud di Samarcanda lungo la via che va verso la leggendaria ‘Nautaca’,
oggi Shahrisabz (foto 1).
Shahrisabz, la verdeggiante. Questi nomi uzbeki sono così deliziosamente musicali che rischiamo di
rincorrere note e melodie invece che la storia lunga e ricchissima di questa città non secondaria: è,
infatti, una delle grandi capitali della cultura, dei commerci, della vita del mondo antico e non solo.
Lo so, rischio qualche ‘anatema’ se non ricordo subito che qui nel XIV secolo è nato Tamerlano,
potente fondatore della dinastia Timuride, che l’amò molto, anche se per ragioni strategiche
dovette trasferirsi a Samarcanda, la sontuosa Samarcanda che proprio Tamerlano contribuì a
rendere una vera ‘capitale delle Arti e della Cultura’. Come afferma Davide Rivetto, “con i Timuridi
… l’arte e il sapere diventano elementi di governo, non semplici ornamenti, e vengono impiegati
per fondare un’immagine imperiale … edifici, iscrizioni, cerimonie, cronache ufficiali, scuole e
botteghe di calligrafi e miniatori lavorarono insieme come ingranaggi di una stessa macchina
simbolica … su un palcoscenico internazionale, quello della Via della Seta”.


Tamerlano per molti è solo un nome leggendario perché purtroppo poco studiamo, noi
occidentali, l’immensa storia dell’Asia Centrale (che pure è parte di noi) i cui confini nel XIV secolo
non avevano niente a che vedere con i confini attuali: basti pensare che Herat, la ‘Firenze
dell’Afghanistan’ era definita la ‘porta della Persia’ orientale, e i luoghi avevano nomi come
Corasmia, Urgench …
Tamerlano partì dalla splendida Kesh, oggi Shakhrisabz la ‘verde’, l’antica Nautaca per la conquista
intemerata del mondo.
E’ necessario ricordare che qui, dalle parti dell’antica Nautaca Alessandro Magno decise di
trascorrere l’inverno del 328-27 e dovette essere una sosta davvero piacevole perché qui, o
comunque in queste terre fortunate, conobbe la bella Roxane, la ‘piccola stella’ dei Persiani
(è questo il significato del suo nome) che sposò con una cerimonia fastosissima che nelle sue
intenzioni doveva celebrare l’incontro e l’unione fra tutti i popoli dell’immenso impero macedone,
ma soprattutto l’incontro fra le culture d’Oriente e di Occidente.
Anche Tamerlano costruì importanti relazioni con l’Occidente e non pose limiti al suo desiderio di
gloria e di espansione: riuscì ad avere il dominio sul più vasto impero dell’Asia Centrale. Usò la
forza, usò la violenza, certo, ma seppe essere un abile stratega e soprattutto un fine diplomatico in
grado di instaurare rapporti ‘alla pari’ con le grandi potenze europee, dalla Spagna alla Francia
all’Inghilterra alle quali inviò ambascerie per aprire nuove rotte commerciali.
Per capire fino a che punto Tamerlano era conosciuto e temuto (per la sua grandezza), basti ricordare che in pieno Cinquecento, poco dopo la sua morte, apparve sulle scene londinesi del prestigioso teatro
elisabettiano la tragedia Tamerlano il Grande (Tamburlaine the Great) di Christopher
Marlowe (1587) nella quale si narra, appunto, la storia teatralizzata del grande condottiero e
statista. Anche in Francia il re Carlo VI preferì evitare scontri e inviò i suoi diplomatici per
presentare al Timuride proposte di scambi e accordi commerciali, così come fece il re di Castiglia.
E’ diventata ‘leggenda’ la storica ambasciata del 1403-1406 che Enrico III di Castiglia inviò a
Tamerlano. Guidata da un diplomatico tanto audace quanto colto, Ruy González de Clavijo,
l’ambasceria partita da Cadice impiegò ben tre anni per arrivare a Samarcanda dove furono accolti
con tutti gli onori. Ciò che più importa è il diario di viaggio di Gonzales de Clavijo, che ci permette
di conoscere le bellezze e i fasti della Samarcanda dei primi del Quattrocento, quando già la città
era la Regina incontrastata della Via della Seta, diario fondamentale per gli storici europei per conoscere le usanze, le città e la magnificenza dell’Impero Timuride all’epoca. Il testo è pubblicato
in Italia col titolo ‘Viaggio a Samarcanda‘.
Un ambasciatore spagnolo alla corte di Tamerlano’ (Viella ed. 2010). Si rimane abbagliati e stupiti e non solo dal viaggio in sé, che pure meriterebbe una narrazione a parte, se è vero che la delegazione spagnola parte da Cadice per attraversare tutto il Mediterraneo, Ischia e Capri comprese, per arrivare sul Mar Nero dove inizia il viaggio via terra fra camminamenti di carovane di cammelli e cavalli che trasportavano merci d’ogni genere, insieme a culture, idee, modi di vita, accompagnati non solo da persiani o turkmeni o indiani, ma anche da genovesi e veneziani. Ecco, tre anni di viaggio fra peripezie e pericoli d’ogni genere per incontrare
Lui, il grande Tamerlano, conquistatore spietato, ma anche assetato di conoscenze e saperi,
generoso mecenate, ospite squisito, come gli Uzbeki dei nostri giorni.
In questo via-vai di ambascerie e delegazioni diplomatiche ovviamente non mancavano i genovesi
e soprattutto i veneziani che sul Mar d’Azov avevano postazioni commerciali e (i veneziani)
addirittura un consolato più o meno laddove Strabone nella sua preziosa Geografia (Milano 2000)
collocava quella che poi sarà chiamata ‘Tana’: «Sul fiume e sul lago [la Meotide, cioè il Mar
d’Azov] è situata una città, che si chiama Tanais come il fiume [Don]; è stata fondata da Greci che
possedevano il Bosforo» (XI III.1). Tana era, insomma, il luogo d’approdo del lungo percorso della
Via della Seta con l’ovvio consenso di Tamerlano e pare proprio che le ambascerie dovessero
presentare le loro credenziali a Venezia e Genova prima di proseguire.
Oggi Tamerlano in questo grande Paese non è un ricordo, sia pure di grandezza e di gloria, ma una
‘presenza’ che si materializza negli splendidi edifici, piazze, statue, musei, giardini a lui dedicati.
In verità, la magnificenza degli spazi pubblici è una delle caratteristiche di molte città uzbeke dove
il rapporto vuoto-pieno si fonde in un’armonia fuori scala che gli architetti occidentali dovrebbero
studiare bene e non solo a Samarcanda nell’immensa piazza Registan (foto 2)che, ironia linguistica,
in persiano significa ‘deserto’. In questo Paese le volumetrie sanno trasformarsi in meraviglia e
stupore: pensiamo ai resti dell’antica dimora di Tamerlano a Shahrisabz: volumi fuori scala, ma
perfetti per l’incanto di chi guarda.

Basti pensare ancora alla superba statua del Grande Timur in sella al cavallo che s’impenna come
quello del Napoleone di David, anche se qui, nell’azzurro di Tashkent, il cavallo sembra fremere,
impaziente di correre verso chissà quale conquista, mentre guarda la scritta cara al suo ‘capo’
posta sul basamento: ‘La forza è nella giustizia’ (foto 3).
Non lontano, il grande Museo di forma circolare perché il cerchio non ammette irregolarità e poi il
bianco, il celestino, il turchese e la cupola bassa, ma splendida al centro di una piattaforma
merlata sorretta da sottili e forti colonne (foto 4).

E poi la grande area-giardino, l’Amir Temur
Maydoni, un immenso cuore verde che guarda l’Arco Ezgulik, su cui dominano grandi sculture
di snelle, eleganti cicogne in volo, da sempre simbolo di pace (foto 5).
E poi Samarcanda con il Mausoleo di Gur-e Amir dove ‘riposa’ Tamerlano come sembra voler dire
la famosa lapide in pietra di giada e poi la Moschea di Bibi Khanym.
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