
Pochi chilometri a nord di Paestum, le sponde del fiume Sele abbracciano quelli che ormai sono i resti di uno dei più celebri ed imponenti santuari che i greci della colonia campana – allora nota con il nome di Poseidonia – dedicarono alla dea Hera, moglie-sorella di Zeus. A tal proposito, alcune indicazioni sull’esatta ubicazione del luogo provengono dal geografo greco Strabone – circa 60 a.C.-20 d.C. – il quale scrive: “Dopo la foce del Sele, la Lucania e il santuario di Hera Argiva, fondazione di Giasone e vicino, cinquanta stadi, a Poseidonia…”. Ancora più accurato è Plinio il Vecchio – 23-79 d.C. – il quale spiega come l’antica Poseidonia “…dal territorio di Sorrento e fino al fiume Sele si estende per trenta miglia il territorio picentino, un tempo appartenente agli Etruschi, famoso per il tempio di Giunone Argiva, costruito da Giasone…”.
Insomma, alla luce di un’attenta comparazione delle tesi divulgate dagli storiografi greci e latini, appare evidente come vi fosse una certa unanimità nell’attribuzione della fondazione dell’antica città a Giasone, il leggendario capo della spedizione degli Argonauti alla conquista del vello d’oro. Tuttavia, emergono profonde discrepanze in merito all’esatta collocazione del luogo: infatti, se da un lato Strabone scrive che si erge lungo la riva sinistra del Sele, Plinio sembra più propenso a porlo in territorio picentino, e dunque lungo la sponda destra del fiume. In ogni caso, al di là di queste chiare discordanze, per entrambi le acque del fiume rivestono un ruolo cruciale, dal momento che delimitano un vero e proprio confine tra due territori vicinissimi eppure profondamente diversi: sulla sinistra vi abitavano i Greci – stanziati, appunto, nella piana di Poseidonia – mentre, sulla destra, si ergevano numerosi abitati picentini, situati sotto la sfera d’influenza etrusca.
Ed è dunque proprio in un simile contesto geografico che il tempio di Hera Argiva – la cui prima pietra fu posta circa 2600 anni fa – assume una funzione emblematica, dal momento che rappresentava il primo avamposto greco per tutti coloro che provenivano da sud. Una vera e propria frontiera che delimitava il territorio dei Tirreni – antico nome con il quale i Greci definivano gli Etruschi – e la “chora”, ossia la superficie cittadina dell’antica Paestum – anche extramoenia.
Ad oggi, quello spazio antico – dove è “come se un dio avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa”, per citare il buon vecchio Friedrich Nietzsche – è ormai chiuso al pubblico da ben undici anni – dal 2014. Proprio in quell’anno, infatti, una terribile esondazione investì l’intera area – che si estende per circa 41mila metri quadrati – distruggendone il perimetro e l’antico Museo narrante del Santuario di Hera Argiva – ricavato da una vecchia casa colonica risalente agli anni Trenta.
Tuttavia, adesso, arriva un’importante svolta: quell’intero territorio – stando a quanto annunciato dalla direttrice del Parco archeologico di Paestum e Velia Tiziana D’Angelo ai microfoni della redazione di “Repubblica” – è pronto a rinascere con una luce nuova. L’area che circonda il santuario si trasformerà, infatti, in un vero e proprio paradiso terrestre. Del resto, la zona è al centro degli sforzi della direzione del parco da anni e, finalmente, si intravedono i risultati dell’impegno costante che viene portato avanti da tempo.
Si assisterà, così, alla nascita del “Giardino di Hera” – la cui inaugurazione è fissata per il prossimo mese di dicembre. Un autentico paesaggio bucolico, idillico: sarà infatti attraversato da sentieri di querce e di alberi di melograno, e qua e là ci sarà l’occasione di respirare l’intenso e inconfondibile profumo del rosmarino, della lavanda e del mirto, tipici odori della flora mediterranea. Non a caso, infatti, si trattano di specie “tutte archeologicamente attestate nel giardino del santuario”, prosegue D’Angelo.
Poi, il viottolo – realizzato mediante l’impiego di materiali sostenibili – sarà impreziosito anche dalla presenza di panchine e passerelle “per attenuare piccoli salti di quota e favorire l’accessibilità”. Un’accessibilità non meramente fisica, ma anche sensoriale: fondamentale sarà infatti l’installazione di pannelli tattili e didascalie, attraverso i quali sarà possibile entrare in contatto con la storia e la profonda energia che il luogo emana in ogni suo angolo. Per quanto concerne l’organizzazione, invece, sarà possibile immergersi in autentiche visite guidate su prenotazione – rigorosamente formate dai ragazzi membri del Servizio Civile nel Parco di Paestum, create proprio per l’occasione – ogni sabato e ogni domenica. Inoltre, il prezzo dell’accesso sarà comprensivo del costo del biglietto d’ingresso – gratuito la domenica, giorno nel quale gli itinerari saranno raddoppiati.
Inoltre, significativo sarà il servizio che prevederà la presenza di “una navetta che collegherà Paestum col santuario”, ha illustrato Tiziana. La stradina si snoderà da una piccola rotonda nel giardino, per raggiungere poi il nuovo museo di Hera Argiva – che sarà allestito, secondo il cronoprogramma, nel 2026. Nel frattempo, sono giunti al termine tutti i lavori di consolidamento, dagli impianti alle paratie, dopo ben due anni di intenso lavoro. E quel che è certo è che la zona non perderà affatto la sua storica “vocazione didattica, con sale dedicate alla storia del santuario, le cui bellissime metope sono custodite a Paestum”.
Insomma, si tratta di un’importante valorizzazione di uno dei luoghi più iconici e affascinanti non soltanto del sito archeologico di Paestum, ma anche di tutta la Campania. Del resto, le pietre di questo tempio sembrano rievocare un passato mistico, che rimane ancora profondamente grazie alla magia e all’energia emanata da questo luogo. Un passato che sembra raccontare dei doni votivi lasciati qui in onore alla dea da parte di giovani donne. Ancora, singolare è la presenza di un recinto di legno di castagno che circonda – e protegge – la struttura, la cui costruzione può essere scandita in due fasi fondamentali.
La prima è databile, più o meno, al VI secolo a.C: risulta dunque contemporanea alla fondazione della polis – o al massimo prese corpo una trentina di anni dopo. La seconda, invece, coincide con un sostanziale recupero e, dunque, con una nuova monumentalizzazione del santuario, che non restò mai isolato e abbandonato. Anche durante il IV secolo a. C. – ossia durante l’epoca greco-lucana – e persino nel III secolo a. C. – dopo la conquista da parte di Roma – il tempio continuò a simboleggiare un importante luogo di culto, senza mai smettere di catturare il fascino tra le sue mura di donne devote alla dea Hera, sino al momento in cui la città cambiò nome da Poseidonia a Paestum – o almeno sino al II secolo a. C.
Ma non è tutto: la direttrice del Parco ha infatti dichiarato di quanto rilevanti siano state varie indagini tomografiche – di carattere non invasivo – che sono state condotte durante i lavori nel giardino. Una sorta di sonar, che ha permesso di studiare al meglio il sottosuolo – e persino una porzione di terreno argilloso, nonostante non sia facile da esplorare come il resto del territorio. E nell’aria si respira un clima di profondo entusiasmo alla luce di quanto si crede che possa risalire a galla: non a caso, attualmente “c’è in programma una campagna di scavo stratigrafico con la Federico II. Questo posto, la cui storia intreccia il mito, ha ancora infinite storie da raccontare”, ha concluso D’Angelo.
Dunque, alla luce di quanto registrato al termine delle ricerche, la prossima inaugurazione del sito rappresenterà allo stesso tempo anche una singolare occasione per celebrare le tanto attese “sorprese” nelle quali gli storici e gli archeologi sperano di imbattersi, al fine di riportare alla luce del sole qualcosa di più che possa parlare in maniera ancora più puntuale ed evocativa della storia di una delle bellezze più suggestive e a lungo dimenticate dell’intera regione Campania.
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