
«Vedevo tanta voglia di riscatto ma poche opportunità». Così ha inizio la storia della sartoria Palingen, grazie all’impulso del fondatore Marco Maria Mazio. Palingen evoca il concetto filosofico spirituale della palingenesi che deriva dal greco antico e significa rinascita. La mission della sartoria sostenibile è dare una seconda chance a donne detenute e a tessuti di pregio. Nasce a maggio 2021, quasi 5 anni fa, ma l’idea viene da un momento precedente. Marco Maria Mazio, durante il tirocinio forense, veniva a conoscenza di un corso di formazione come educatore volontario part time nella Casa Circondariale femminile di Pozzuoli.
Qui si è reso conto dell’inefficacia del sistema. «Sull’idea che chi sbaglia paga siamo tutti d’accordo, ma cosa succede una volta che la persona ha pagato? In virtù della funzione della pena, la mia visione è far rientrare la persona in società come elemento positivo: come lavoratore, che paga le tasse e sta lontano dai guai. Oltretutto queste persone in carcere rappresentano un costo. Il loro reinserimento è un beneficio per tutti». In caso contrario la persona torna a delinquere, con una serie di conseguenze personali e sociali, gravando sul sistema di welfare. Nonostante il lodevole apporto dei corsi di formazione, secondo il fondatore, l’unico modo per tenere una persona impegnata, valorizzata ed emancipata è il lavoro: retribuito, con obiettivi e per restituire dignità. «Volevo qualcosa che fosse duraturo nel tempo e ho fondato un’azienda con un forte impatto sociale. Bisognerebbe incentivare le imprese ad assumersi impegni per mitigare le crisi sociali».
La Legge Smuraglia prevede benefici contributivi e fiscali per le imprese che assumono detenuti. Le politiche incentrate sull’incontro tra necessità di manodopera, da un lato, e reinserimento sociale, dall’altro, permettono anche un cambiamento culturale, soprattutto in una società in cui domina lo stigma e l’idea di “buttare la chiave”.
Nel maggio 2024 il carcere di Pozzuoli è stato evacuato per bradisismo e quindi le detenute sono state trasferite al carcere di Secondigliano. L’attività si compone di un laboratorio sartoriale interno alla struttura ed uno esterno con sede a Pozzuoli. Il laboratorio interno si occupa di formazione e chi mostra interesse può svolgere un tirocinio retribuito di inserimento già nel carcere. Successivamente si passa all’assunzione con una selezione volta ad assicurare l’armonia ed il funzionamento dell’azienda. Grazie a quest’opportunità di lavoro, le detenute possono accedere a misure alternative alla detenzione, tenuto conto della loro posizione giuridica. In ogni caso, prima che finisca la pena, vedono una “via d’uscita” proprio perché sono già in un percorso professionale e di inclusione avviato dall’interno. Quel “tempo morto”, dal momento della scarcerazione all’inclusione, è deleterio perché rischia di causare la recidiva ma viene minimizzato o annullato dal prezioso lavoro svolto da Palingen.
Si tratta di una piacevole coincidenza. Dal momento in cui il carcere femminile di Pozzuoli ha comunicato la disponibilità di locali adibiti a sartoria, il fondatore, da sempre stimatore della sartoria napoletana, ha avuto modo di conoscere da vicino questo settore. «Ci occupiamo di sartoria forense e realizziamo toghe. Produciamo abbigliamento per conto terzi e stiamo lanciando una linea di merchandising per aziende ed eventi con un particolare focus al mondo dell’hospitality». La visione di Palingen è quella di espandersi anche in altri territori ed è già in contatto con diversi istituti di pena. L’idea è quella di replicare il modello in altre regioni o altri settori economici, cogliendo le esigenze del territorio. «La cosa di cui andiamo fieri è l’ottima collaborazione pubblico-privato con il supporto di istituzioni sensibili al tema del reinserimento sociale».
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