
Paolo Fiorentino intervistato da Informare in occasione del suo spettacolo “Sott’a maschera”. Nell’intervista, il musicista psicologo afferma che l’arte deve essere al servizio della vita.
“Sott’a maschera“, sarà in scena questa sera alle 20.30, al Teatro Auditorium Salvo d’Acquisto, in via Morghen 58 al Vomero. “Sott’ a maschera” è un lavoro complesso e affascinante a cui Paolo Fiorentino, artista poliedrico e psicologo, dà vita coinvolgendo dieci musicisti, tutti con lui su un palcoscenico che le immagini video rendono potente e animato. Un inedito spettacolo di teatro-canzone che esplora i temi della libertà, dell’amore e della difficile ricerca della verità. Come sfondo, Napoli, con le sue sfaccettature positive e negative.
Con Paolo Fiorentino, abbiamo avuto modo di parlare a telefono per una mezz’ora. Molti i temi affrontati: dallo spettacolo che porterà stasera a Teatro, alla musica, fino ad arrivare ad una lucida e ragionata riflessione sull’arte come mezzo di espressione. Un flusso di coscienza che, di solito, hanno due persone che si conoscono da un po’ tempo. La cosa sorprendente è che queste riflessioni, questi approfondimenti, sono davvero usciti con molta naturalezza anche se è stata la prima volta che ci siamo sentiti (e forse anche un po’ conosciuti, ndr).
Siete pronti per lo spettacolo?
«Sì, anche se sono lievemente afono. Le prove sono state davvero intense»
Come hai immaginato questo spettacolo? Dalle informazioni che possiedo riguardo “Sott’a maschera”, ci avviciniamo al discorso del teatro-canzone. Un tema a me molto caro perché mi hai ricordato Giorgio Gaber…
«Sono contento che tu mi parli Gaber, ebbi la fortuna di vederlo qui a Napoli a Teatro. Gaber è stato un punto di riferimento. Nella mia versione, questo spettacolo consiste in brani musicali intervallati da tre quadri video. Mi dai anche l’opportunità di chiarire il discorso sul teatro-canzone. In realtà, ogni canzone è una piccola rappresentazione teatrale, una tranche de vie un esperienza di vita messa in scena. La mia scrittura è stata influenzata da brani come di Don Raffaè o Princeza di Fabrizio De Andrè che in prima persona interpretava la vita di un secondino nel carcere di Poggioreale o l’esperienza di un transessuale incontrato lungo il porto di Genova. Il mio album è come se fosse concepito come un coro di personaggi che vivono in una Napoli diversa da quella che generalmente immaginiamo con tutti i luoghi comuni che ben conosciamo. All’inizio avevo pensato ad un musical sviluppato in due atti pensato per differenti personaggi e differenti cantanti. Lo feci leggere a Lello Arena e a Marisa Laurito e piacque molto. Ci sono canzoni anche autobiografiche che parlano delle mie esperienze personali ma mi piace ricordare che mi sono divertito molto a indossare stili musicali che non avevo mai affrontato come il rap. Tuttavia prendendo le distanze da un certo ego trip della Trap comerciale, che non mi appartiene, amo artisti che in questo genere sono veri poeti. Tupac Shakur e Kanye West, ad esempio considerano la poesie di Maya Angelou come una delle loro principali ispirazioni. Anche in Italia ci sono artisti di grande valore ma spesso vengono confusi con esponenti che portano avanti il culto della ‘Cadilac’ dei brand. Nella mia canzone “Anticorpi” ne parlo per far emergere quello che è il volto autentico dell’hip hop.
Sai che dicono che i rapper siano i nuovi cantautori?
«In realtà, il freestyle è cosa risalente alla tenzone poetica che si è sviluppata in tutte le culture del mediterranei. I poeti si sono sfidati nell’improvvisazione di versi. La vis poetica di Cecco Angiolieri. “Si’ fossi foco, arderei lo mondo” non è molto lontano dal flow di Tupac. Sono connessioni che difficilmente si possono cogliere. Tra l’altro, l’hip hop da un punto di vista armonico si presta bene a invogliare i jazzisti a improvvisare. In Italia, di questo, purtroppo se ne parla poco. La musica quando ha senso è utile. È difficile portare un discorso di senso in questa società tendente alla banalizzazione, all’ovvietà che subito etichetta i generi dell’arte.
Si parla di banalizzazione del pop…
«Ma anche banalizzazione del popular dell’etnico tutto può essere frainteso!»
“Sott’ a maschera” è un dialogo tra ‘O Pazzariello e un principe cantastorie del Seicento che un incantesimo ha fatto ritornare in vita dal passato, interpretati da Salvatore lermano e Paolo Fiorentino, che cura anche la regia del video insieme al videomaker Mauro Casotti, che si intreccia con l’esecuzione delle canzoni dal vivo. Protagonista dello spettacolo è Napoli, una città ricca di storia, nella quale si giocano nuovi stili di vita e di convivenza. C’è la newyorkese Lady Liberty, icona pop, che rappresenta un richiamo alla libertà legata alla verità e che indossa la maschera di Pulcinella. Facendo emergere inedite associazioni tra Napoli e la Grande Mela.
Che fine ha fatto quindi quell’idea del musical?
«Uscivamo dalla pandemia. Nessun produttore esecutivo voleva rischiare d’investire. Con Marisa ci fermammo. Io però ho subito pensato ad una riduzione, con costi più contenuti rispetto ad un musical. Io sognavo di vederlo a Broadway… (ride)»
A proposito. Tu hai pensato a Marisa Laurito per il ruolo di Lady Liberty. Queste inedite associazioni con la Grande Mela dove possiamo trovarle?
«Tra l’altro, Marisa si è molto divertita al riguardo. Da una parte quando ho immaginato di mettere la maschera di Pulcinella sulla Statua della Libertà, io non sapevo bene cosa potesse suscitare nello spettatore. Quando tu dai udienza a un mito, lo catturi e poi per te ha un significato anche se non è chiaro il senso di tutto quello che stai facendo. Poi lo articoli piano piano e prende forma. Questa immagine della Statua della Libertà con la maschera di Pulcinella è stata mirabilmente rappresentata da una pittrice giovane – Giulia Ambriola – un lavoro di pittura visiva che è ben chiaro nel video visual. È pittura in movimento così come la chiamo io. In questo percorso, ho potuto fare incontri con persone di valore come Salvatore Iermano. Un attore fantastico. Una collaborazione molto fertile. Lui ha vissuto profondamente il copione. Quando un artista arriva a questi livelli un autore può ritenersi soddisfatto. Tutti i musicisti che ci sono in questo spettacolo sono estremamente talentuosi».
In palcoscenico con Paolo Fiorentino (voce e chitarra), ci saranno Agostino Mennella (batteria) Dario Franco (basso), Alessandro Tedesco (trombone), Gianluca Capurro (chitarra), Federico Luongo (chitarra), Paolo Zamuner (tastiere), Rubina Della Pietra (voce), Sara Renèe Piccirillo (voce), Peppe Fiscale (tromba), Gianni Minale (sassofono). La regia video è curata da Mauro Casotti, i costumi teatrali sono dell’antica sartoria Canzanella. Dodici canzoni raccontano storie di giovani e bambini protagonisti di migrazioni, di esperienze di disagio sociale, di amori difficili, ma soprattutto di speranza, che prendono vita in una Napoli invisibile, come può esserlo la verità che a volte ama celarsi dietro tante maschere. L’arte è una di queste. E tra le arti, in questo lavoro, conquista spazio anche la pittura con la giovane artista Giulia Ambriola, che firma i video visual e l’artwork di copertina.
Fiorentino scrive parole e musica di “Napoli Blues”, “Sott’a maschera ‘e Pullucenella”, “A Maddalena”, “Maestrale”, “Anticorpi”, “Omm bell”, “A tiempo a tiempo”, “A te nisciune te ferma”, “Adnan”, “Parl’ cu me”, ‘A cundanna”, “A verità”, tutte finalizzate, come il pubblico le ascolterà, con la produzione di Roberto Vernetti, che ha lavorato con Mina, Pacifico, Elio e le Storie Tese, Patty Pravo, Irene Grandi, Mario Venuti. La post-produzione musicale e la direzione artistica sono a cura del pianista Piero De Asmundis. La programmazione nella fase di preproduzione è a cura di Claudio Fagnani.
Ci sono dodici canzoni che raccontano storie di giovani e bambini protagonisti di migrazioni, di esperienze di disagio sociale, di amori difficili, ma soprattutto di speranza. Queste storie che prendono vita a Napoli. Che sguardo hai oggi su Napoli? Ci sono delle similitudini con la Napoli di oggi?
«Gli orientali dicono “tutto ciò che vedi sei tu”. A napoli diciamo il mondo è come tu e lo racconti. Se ti fermi all’apparenza vedi il lato negativo della città, Se hai uno sguardo più profondo vedi una Napoli invisibile. Noi napoletani abbiamo la cattiva abitudine di lamentarci, un po’ come Pulcinella. Certamente abbiamo molte contraddizioni. Ma questa tendenza a lamentarci ci costringe ad una paralisi e alla rassegnazione che si può sintetizzare con il detto “Chi nasce tunno, nun po’ mmurì quatro”. Cosa non assolutamente vera. C’è una grande paura ad immaginare un cambiamento. Le persone sono isolate: c’è molto pensiero in giro, ma non ci sono le strutture per connettersi, per creare una cultura. C’è lo scandalismo, c’è legame ai fatti. Non alla verità».
E ti fermo citando Carmelo Bene: “La stampa informa i fatti, non sui fatti”.
«Aveva ragione. Ma c’è un’altra stampa, come la vostra, che diventa esistenziale… Francesca Scognamiglio Petino, che cura il mio ufficio stampa è una di queste persone insieme a Sergio Noviello di Mutart»
Facciamo il possibile, anche se non è facile…
«Il giornalismo è pensiero, il suo compito è quello di aiutare gli altri a pensare. Anche l’arte dovrebbe essere questo. Non è facile testimoniare o essere veri. Noi non possiamo nominare la verità delle cose. Possiamo al massimo intuirla ed avvicinarci ad essa. Oggi invece passa un’idea di radicale relativismo culturale. È chiaro che le visioni del mondo cambiano di persona in persona, specie se tra una persona napoletana e una persona proveniente dall’Africa, ad esempio. Tuttavia abbiamo dei tratti in comune, transculturali. Una verità comune che va al di la della relatività dei costumi e dei linguaggi. Nessuno è felice di pensare che in guerra ci sono dei bambini che muoiono. Questo è una verità. Però la gente guarda in tv e vede questi fatti in maniera lontana. Ti racconto di Adnan, questo ragazzino con cui feci terapia. La sua famiglia fu devastata nel viaggio di allontanamento da Homs in Siria, sua sorella fu violentata in Germania. Una storia complessa. Per avere un contatto durante una sedut con lui gli chiesi se a Homs lui giocasse con altri bambini, insomma cosa faceva lì. Lui rispose in questa maniera tremenda: “A Homs c’erano bambini morti e bambini non ancora morti”. Quando arriviamo a toccare queste esperienze, questi dolori, ti domandi davvero dove stiamo andando a finire… Se arriviamo a questo livello di disumanità, bisogna chiedersi qual è il nostro futuro».
Tu sei pessimista a riguardo?
«No. Il bambino poi è riuscito a superare questo trauma. Se lui può, anche noi possiamo. Possiamo anche noi riuscire a trovare una nuova versione di questa Napoli che resta una delle capitali del mondo. E’ una città ondo come New York, forse anche di più. Ma continuiamo a pensarci come Paese di second’ordine. Non è vero».
Tu hai avuto molti pazienti artisti. Tu dicevi di loro che loro non riuscivano più a vedere la loro arte come piena esplosione di sé, ma come un peso.
«Tutto ciò che l’arte cerca di svegliare in noi stessi se non riusciamo a farlo nostro elaborandolo diventa appunto un peso».
Hai citato in altre interviste l’esempio di Amy Winehouse…
«La storia di Amy Winehouse è la storia di un cattivo progetto riabilitativo e terapeutico. Una donna di una profondità notevole. La musa è un daimon, un demone. O lo sai interrogare oppure ti travolge. Molti giovani non sanno gestire questa cosa. Molti artisti non vengono aiutati a capire che la loro arte ha bisogno di sostegno. Hermann Hesse ha potuto fare psicoanalisi. Van Gogh, no. Ora, non è che tutto si possa risolvere con la terapia. Ma si tratta di capire a cosa serve l’arte e la cultura. Ti serve per vivere? In una canzone prendo in giro gli intellettuali della forma, l’omm bell. L’arte vera è saper campare. Se l’arte non è al servizio della vita, parafrasando Nietzsche, allora di cosa parliamo? A cosa è utile se tu muori? A che serve se gli altri vengono travolti in comportamenti negativi?. Se l’arte non aiuta a vivere è inutile.
È difficile parlare di musica. Ma è difficile anche parlare d’amore?
«Quando si tratta d’amore forse basterebbe ascoltare una canzone. Tuttavia nelle mie canzoni è come se la vita sentimentale si intrecciasse un po’ con quella sociale. Ogni mia canzone è sempre un contatto con la realtà. Non è facile ragionare di amore neanche Freud è riuscito a spiegare l’amore.
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